Sono nata a Castelmanno dove ho abitato stabilmente solo negli anni dell’infanzia.
In seguito, a motivo degli studi, mi sono trasferita in città. Tornavo in paese per brevi periodi, per lo più d’estate. A dodici anni ero minuta, di statura bassa, più bassa della media. Di regola portavo i capelli abbastanza corti.
La loro foggia mi conferiva un aspetto alquanto risoluto.
Nel mondo che mi circondava di rado avveniva un che di nuovo. La nostra vita di montanari era fatta di eventi ordinari. Io mi trovavo abbastanza bene tra la mia gente.
Non che tra noi non ci fossero dei problemi, come si era portati a credere. Anzi. Si potevano sempre verificare liti e incidenti di vario genere.
Di fronte a certe assurdità occorreva reagire. Per conto mio lo facevo con serenità e fermezza insieme. Volevo uscire da certe ristrettezze mentali tipiche di paese. Allo stesso modo lottavo contro le incoerenze e le contraddizioni del nostro ambiente sociale.
Un giorno il prete ci parlò della “insipienza” e “irrazionalità” del bestemmiare.
“Chi ragiona non bestemmia, chi bestemmia non ragiona” ci disse con fervore.
Quello stesso giorno incontrai degli uomini di mezza età che sacramentavano di buona gana. Nella foga abituale se la prendevano con Dio, i santi o la madre di Dio.
A tali imprecazioni sembravano avvezzi da lungo tempo.
In tanti modi eravamo esortati al rispetto della natura. Tuttavia non si faceva abbastanza per custodire il patrimonio naturale. Alcuni non usavano le dovute precauzioni per proteggere la già scarsa vegetazione. Per altri l’habitat naturale era qualcosa di lontano, estraneo, perfino, ostile.
Nella mia regione incendi e frane erano all’ordine del giorno. Eppure solo a pochi stava a cuore il rispetto dell’ecosistema. Molti non mostravano interesse per la crescita della comunità.
Il cosiddetto bene comune non coinvolgeva tutti allo stesso modo. Il più delle volte era affidato a persone di buona volontà. Quelli che contavano in società curavano soprattutto i propri interessi
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