lunedì 9 novembre 2009

a proposito di crocifisso a scuola - (opinioni condivisibili)

Il Concordato crocifisso
In un paese, come gli Stati Uniti, che da decenni discute sulla costituzionalità della preghiera a scuola, la questione del crocifisso non è sconosciuta.
Chi scrive insegna in un’università privata cattolica americana in cui la maggioranza degli studenti e la maggioranza dei docenti non sono cattolici. E la presenza del crocifisso nelle aule è questione relativamente importante rispetto ad altre questioni che toccano da vicino la “missione” dell’università (come, ad esempio, la presenza dei reclutatori militari sul campus). Ma la questione del crocifisso è arrivata anche nelle più prestigiose università cattoliche degli Stati Uniti.
Nell’inverno 2008- 2009 la decisione di Boston College (università dei gesuiti) di ricollocare – ad aule vuote, durante le vacanze invernali – il crocifisso nelle aule scatenò la protesta di una parte dei docenti non cattolici di Boston College. Alla fine i gesuiti e il buon senso ebbero la meglio.
Ma c’è una dimensione europea del problema, che risulta evidente a partire dall’allargamento dell’Unione europea a 27 oltre i confini orientali del limes, vale a dire a est dei confini storici di “lunga durata” della demarcazione tra cristianesimo occidentale e cristianesimo orientale ortodosso. Questo allargamento ha incorporato una serie di situazioni giuridiche assai diverse di rapporto tra stati e chiese, e l’integrazione europea apre la strada ad uno sviluppo che è difficile pensare possa essere lasciato ad una giurisprudenza europea centralizzata. Nel 1995 fece epoca la sentenza sul caso della Baviera, sentenza a cui giustamente ci si richiama per la soluzione di una questione che ha a che fare con l’accoglienza delle persone più che con la creazione per sottrazione di un’asettica laicità dei luoghi o con la difesa di ineffabili “tradizioni” e “radici culturali”.
Alcuni elementi sono comuni alle diverse situazioni al di qua e al di là dell’Atlantico. La presenza del crocifisso pare turbare gli studenti, i genitori e i docenti che ritengono quella presenza una violazione della laicità dello stato assai più che gli studenti di altre religioni.
Coloro che applaudono la sentenza di Strasburgo come un indubbio contributo al dialogo tra persone e culture sembrano ignorare che, in Europa come in America, i figli dei musulmani benestanti vanno (se possono permetterselo) in una scuola o in un’università cattolica: non a causa o a dispetto della presenza del crocifisso in aula, ma perchè ritengono che la loro fede religiosa sia laicamente più rispettata in quelle scuole confessionali che nelle neutrali scuole di stato.
Ma la sentenza sul crocifisso ha nel caso italiano una sua specificità che parte dalla situazione concordataria italiana e che pone due domande alla chiesa e alla politica italiana. La prima domanda è per la chiesa italiana. Mentre il Concordato sembra essere l’ultima spiaggia di salvezza per il cattolicesimo di casa nostra e per la difesa del suo ruolo pubblico, è evidente che quello stesso Concordato è diventato uno degli strumenti e degli argomenti più pericolosi e impopolari in ogni angolo dello spettro culturale e politico-parlamentare dell’Italia contemporanea (basta chiedere alla Lega). Questo non significa sposare gli argomenti radicali per un’abolizione del Concordato, ma deve porre alla Chiesa e ai cattolici italiani la domanda sulla strada futura per il cattolicesimo italiano di fronte al crocifisso: l’alternativa è tra un cattolicesimo governativo, sostenuto dallo stato ma protetto da se stesso, dal suo laicato, dalla sua teologia, e un cattolicesimo presente, senziente e quindi potenzialmente anche dissenziente.
Alla destra italiana di scuola neo-conservatrice, invece, va posta la questione della compatibilità tra un americanismo di maniera (versione aggiornata del francesismo degli esistenzialisti) e la difesa a oltranza del Concordato – che come è noto non esiste per nessuna chiesa americana. Se il “cattolicismo” della destra italiana vede veramente nel cristianesimo americano militante il modello da seguire, allora coerenza vuole che chieda anche la separazione tra Chiesa e stato e il libero mercato delle fedi e delle religioni che caratterizza gli Stati Uniti.
A chi vuole argomentare la difesa del crocifisso col Concordato, non si può non richiamare un immortale aforisma di Carl Schmitt, ripubblicato nel 2005 in Un giurista davanti a se stesso: «Nel Vangelo il Cristo muore per la sua pena; oggi stipulerebbe invece un Concordato con i suoi aguzzini». Ai teologi di corte e (per parafrasare Franz Overbeck) ai «friseur della parrucca teologica » dell’Italia berlusconiana non resta che scegliere tra il Crocifisso e il Concordato.
Massimo Faggioli

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