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a tutti della vostra attenzione, F. Muscato
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Gracias a todos por su atención, F. Muscato
Francesco Muscato
UN’ALTRA
VITA
romanzo
[…] Non
servono
tranquillanti
o terapie
non servono
più eccitanti
o ideologie.
Ci vuole
un’altra vita.
(Franco Battiato)
[…] E la vita è crudele,
più che vana.
(E. Montale)
SINOSSI (retrocopertina)
Amicizia,
amore, passione, infedeltà e tradimenti.
I
protagonisti di questo romanzo cercano il cambiamento, ciò che è autenticamente
nuovo. Aspirano a vivere in un mondo che vorrebbero diverso, migliore. Nondimeno, anche i desideri più belli e nobili non sempre trovano attuazione
nella cosiddetta realtà di tutti i
giorni.
La vita si
rivela più complessa e difficile di quanto non si possa immaginare…
Arianna, abbandonati abito e consacrazione religiosa,
si trova in una fase particolare della sua esistenza. Elisa e Giada, sue amiche
d’infanzia, sono insoddisfatte della loro vita familiare e coniugale. La prima,
vuole lasciare il marito e mettersi con una donna. La seconda, vive con Beppe
un’avventura amorosa travagliata e intermittente. Arianna, tramite internet
conosce Peter, un tirolese che si rivelerà serio, affidabile.
Del tutto differente la vicenda di Francesca: lasciata
dal partner, cade in depressione. Sebbene le amiche la incoraggino di continuo,
non accetta di essere stata abbandonata dal fidanzato. Rimarrà così attaccata
alle sue convinzioni e al suo pessimismo da lasciarsi fisicamente morire…
In
questo romanzo, protagoniste sono quattro donne delle quali una è stata suora
per diciotto anni. Per quanto affettivamente unite, si rivelano tanto diverse
l’una dall’altra.
Tuttavia,
pur nella difformità di caratteri e storie personali, in qualche modo seguono
una linea omogenea: quella del cambiamento. In un certo senso il cammino
esistenziale dell’una s’interseca con quello delle altre.
Chat e
videochat
“Hi!”.
Faccina con
sorriso aperto
“Sono Hans”.
“Giusy, piacere”.
“Di dove sei?”.
“Cefalù. E tu?”
“Vipiteno”.
“Dalle alpi alle
piramidi, allora”.
“Già. Idealmente abbracciamo l’intera penisola”
“Hai la cam?”.
“Sì, certo”.
“Allora, aprila. Vorrei vederti, sentirti e non solo
scrivere”.
Due secondi
dopo si aprono le webcam di entrambi.
“Eccomi”.
“Wow! Sei
carina…”.
“Grazie. Neanche tu sei male”.
“Anni?”.
“Indovina…”.
“Venti?.”
“Bingo!”.
“Io uno di meno”.
“Siamo, dunque, coetanei”.
“Avrei tante cosa da dirti…”.
“Dì pure…”.
“Ma no…”.
“Perché?”.
“Non mi sento di farlo in chat”.
“Perché?”.
“È troppo complicato”.
“Come vuoi”.
“Più avanti, forse…”.
“Ok”.
“Magari ti scriverò una mail”.
“E io ti risponderò”.
“Di che segno sei?”.
“Pesci”.
“Io, sagittario ascendente bilancia”.
“Allora siamo diversi…”.
“Ci credo poco all’oroscopo”.
“Io solo un pò”.
“Ora devo chiudere”.
“Ok”.
“Alla prossima”.
“A dopo, ciao”.
Cinque
faccine di saluto, lui.
Venti,
coloratissime, lei.
Giusy e Hans.
Si sono visti
per una quarantina di minuti e si rivedranno
ancora; per lo più di sera, quasi
sempre alla medesima ora. Chattano con una certa frequenza. Si comunicano tante
cose, si pongono tanti problemi. S’inviano mail e foto, si scambiano un’infinità
d’informazioni e suggestioni. Iniziano a fare amicizia.
Lui da un paio d’anni fa il giornalista freelance e
vorrebbe diventare uno scrittore. Non ha maturato molta esperienza in merito,
ma ha ereditato, dal padre, la passione per i libri, e la voglia di scrivere, dalla
madre.
Lei lavora nell’ambito del turismo; ha appena
terminato uno stage come impiegata di hotel e nutre mille aspirazioni e
idealità. È convinta che alla fine troverà ciò che la potrà soddisfare in
pieno. Concentrata sul presente, non smette di sognare un avvenire migliore.
Anche se nell’area mediterranea in cui abita, non è facile che i sogni, certi sogni, diventino realtà.
Due ventenni della prima decade del secondo millennio
che iniziano a conoscersi per caso. Man mano che si frequentano virtualmente
scoprono di avere tante cose in comune. Come altri loro coetanei affrontano gli
stessi problemi e nutrono analoghe aspettative. Anche le prime delusioni sono
per entrambi piuttosto cocenti.
Hanno una buona formazione culturale, un lavoro
precario, una famiglia allargata alle
spalle. La loro situazione economica non sembra possa migliorare nell’immediato.
L’entusiasmo non manca, per fortuna, e sono spinti ad andare avanti da una straordinaria
voglia di vivere. È questa la molla decisiva, l’incentivo che li solleva in certi momenti risolutivi
della loro esistenza.
Cercano, cambiano, scambiano, si sviluppano,
s’incazzano, amano, soffrono, odiano, sperano e si disperano. Si confrontano
col passato, ma guardano soprattutto al futuro. Fanno leva sulla forza della loro
fantasia che li spinge a creare, programmare, agire, produrre. E, tuttavia, le
loro prospettive di avanzamento sociale non paiono promettenti.
Sanno bene che non è la stessa cosa avere un buon
lavoro o vivere da perenni precari. Mai come al presente l’economia (meglio: un
certo modo di concepire la finanza) detta le sue leggi e condiziona le scelte essenziali
e lo stesso modo di vivere di un’infinità di persone.
A ogni tornante decisivo della loro crescita si
ripresenta la domanda inquietante:
E’ possibile cambiare, tendere a una vita, diversa,
migliore?
HANS
h_spaem@yahoo.it >
data 11 gennaio 2013 - 19:01
oggetto: i miei zii
Giusy, ciao.
Non volevo fare il misterioso l’altra volta, ma non mi
sentivo di parlartene in chat. Non sarebbe stato facile spiegarmi. Ora mi sento
più libero e te ne scrivo qualcosa. Tutto è successo in una tarda mattinata di
metà novembre, sulla A19 del Brennero, poco prima di Bolzano. Il fratello di
mamma e sua moglie sono morti in un incidente stradale. La loro auto, una Passat
2000, si è schiantata contro un Tir e sono morti sul colpo.
Da Vipiteno dove abito con mia madre, ci siamo
precipitati per il riconoscimento dei loro corpi. Gli zii non avevano figli né
altri parenti, a parte noi. Ci siamo trovati davanti a una scena agghiacciante,
un incidente assurdo. Una serie di tamponamenti a catena che aveva coinvolto una
decina di persone, tra cui loro. Gli zii morirono all’istante e altre sei rimasero
ferite, tre in modo grave.
Con mamma, divorziata da sei anni, ci siamo sobbarcati
i problemi di ordine pratico che puoi immaginare. Abbiamo dovuto prendere
alcune decisioni di una certa importanza. A due mesi di distanza la nostra
esistenza è ancora segnata da quell’evento. Mi accorgo che la mia vita
personale e familiare ha subìto un cambiamento radicale.
E per oggi basta, non ti voglio tediare con discorsi
che possono indurre alla tristezza.
Stammi bene. A presto, spero.
Hans Spaeman.
GIUSY
h_spaem@yahoo.it
data 13 gennaio 2013 - 14:34
oggetto: ti sono vicina
caro Hans,
Mi posso immaginare ciò che hai provato con la morte
dei tuoi zii. Non solo ti capisco, ma, se permetti, vorrei esserti vicina, tanto
più che il tuo dolore è abbastanza recente.
Personalmente ho fatto un’esperienza del genere solo
una volta. Tre anni fa se n’è andato un cugino di secondo grado di mio padre; è
stato questo il primo contatto immediato con la morte. Ovvio, si soffre di più quando
si tratta di un parente stretto.
Conta sul mio sostegno morale.
Ti abbraccio forte,
Giusy
HANS
h_spaem@yahoo.it >
data 17 gennaio 2013 - 9:07
oggetto: bozze di un possibile romanzo
Giusy, ciao.
Grazie delle tue parole di vicinanza e solidarietà.
Ero molto legato agli zii; io ero il loro unico nipote
e lo zio l’unico fratello di mamma. Due persone importanti per me che mi hanno
aiutato a crescere. Me ne rendo maggiormente conto adesso che non ci sono più.
La loro vita era simile a quella di tante altre persone di questo mondo.
Lo zio faceva il falegname e viveva del lavoro che lo
gratificava. La zia, dopo aver fatto ciò che doveva fare, si appartava per
riflettere, leggere e scrivere. Tranquilla di carattere, pur dedicandosi agli
altri, non trascurava se stessa. Insegnava lingue e scriveva di gran carriera.
Negli ultimi mesi aveva iniziato a mettere ordine nei suoi numerosi diari e annotazioni
con l’intenzione manifesta di scrivere uno o più romanzi.
Ho cominciato a esaminare i suoi numerosi quaderni.
Alcuni scritti potrebbero essere considerati ultimati; altri, semplicemente under construction. Leggendoli con
attenzione ho pensato di passare allo scanner certi suoi dattiloscritti, bozze
e appunti vari. Mi ci vorrà del tempo prima che possa dare loro la forma di una
qualche pubblicazione. T’invio una ventina di pagine, spero che tu possa darvi
un’occhiata ed esprimere un tuo parere. Ti ringrazio fin d’ora delle valutazioni
che vorrai inviarmi; le considererò un prezioso contributo al mio progetto editoriale.
Nell’attesa di un tuo riscontro ti mando un cordiale saluto,
H.
Giada e Beppe fine marzo 2004
Vennero a conoscersi per caso, giocando a tennis.
Un mercoledì d’inizio primavera Giovanni presentò a
Giada il suo amico Beppe che fu pregato di sostituirlo l’indomani. Giovanni non
avrebbe potuto giocare con lei, come d’abitudine, il giovedì.
“Allora…a domani!” fece Beppe volgendosi a Giada e
stringendole la mano con calore.
“A domani” replicò lei contenta di vederlo per la
prima volta.
Il giorno dopo si trovarono all’ora convenuta.
Arrivarono puntuali, alle nove e trenta. Il campo di gioco avrebbe messo alla
prova l’abilità dell’una e dell’altro.
Era un pigro e ordinario mattino di una giornata decisamente
grigia. La partita diede loro le dovute soddisfazioni e concordarono di giocare
ancora nei giorni successivi. Stavano bene insieme non solo nell’ora dedicata
al tennis, ma anche dopo. All’inizio, si rivedevano solo nel pomeriggio; in
seguito, pure in altre ore del giorno. Avevano del tempo libero e s’incontravano
volentieri più volte nel corso della stessa giornata.
Temperamento brillante, Giada aveva parecchie conoscenze
di entrambi i sessi. Mora, pepata, vogliosa, sapeva il fatto suo. Madre di due
figli di tredici e undici anni, era predisposta a fare nuove amicizie. Nel
pieno delle forze fisiche e mentali si occupava di tante cose. Aperta di
carattere, spigliata e attiva, si rendeva presente in ogni dove. Catechista in
parrocchia, aiutava un’amica nella conduzione di una scuola di ballo. Inoltre,
faceva parte di un’associazione di volontariato e di una corale amatoriale. In
quel gruppo di amanti della musica si faceva notare per la sua splendida voce di testa, qualcosa a metà strada tra il
soprano e il mezzo soprano, spiegava. Animata da un non comune spirito
d’iniziativa, curava legami e amicizie in diversi ambiti della vita sociale. Era
pure cercata da alcune persone impegnate in politica. Giada s’interessava agli altri, ai vicini, ai colleghi, ex colleghi alimentando una fitta rete di rapporti umani.
In quel periodo appariva soddisfatta della propria
posizione sociale. Figlia unica, continuava a ricevere quattrini dalla madre e
dalla nonna ottuagenaria. Col suo lavoro e quello del marito avevano accumulato
un certo capitale; la più parte, l’avevano utilizzato per l’acquisto di due
appartamenti, il resto, investito in azioni bancarie.
“Ancora adolescente andavo a vendere enciclopedie e
non disdegnavo dei lavoretti estemporanei presso amici e conoscenti” confidò a
Beppe che la guardava con ammirazione.
“Ogni mese i miei genitori mi davano una consistente
somma di denaro e fin dalla giovinezza mi davo da fare per raggiungere una
certa autonomia finanziaria” aggiunse.
“Avevi le idee chiare su ciò che volevi: è così?”.
“Sì, e con l’avanzare degli anni, la paghetta che ricevevo da bambina si era
trasformata in un piccolo vitalizio. A diciassette anni ero orgogliosa del
livello economico raggiunto”.
Pur essendo diversi, con Beppe s’intendevano su tante
cose. Avevano mille argomenti su cui discutere e si trovavano d’accordo su tanti
temi e problemi. Differivano di pochi mesi quanto all’età e scoprivano di avere
desideri e attese comuni. Si scambiavano idee, progetti e si arricchivano delle
rispettive opinioni.
Di statura poco sopra la media, Beppe appariva un tipo
bohémien. Sportivo per passione e
albino di carnagione, da anni era impegnato nel campo del giornalismo. Scriveva
con passione fin da giovanissimo e, con il passare del tempo, era entrato in
contatto con dei giornalisti affermati.
“Ho collaborato con diversi giornali locali per cinque
anni. In seguito, ho ottenuto il patentino di pubblicista; al momento scrivo
per riviste specializzate” le spiegò.
Giada adorava leggere e, seppur coinvolta in tante
occupazioni, non smetteva di appuntare, chiosare, scrivere e comporre delle
poesie. In ogni cosa mirava a far emergere la parte migliore di sé. Maestra per
venti anni, da due si godeva la pensione.
“Ho lasciato la scuola per dedicarmi alla famiglia”.
“E com’è la tua vita di baby pensionata?”.
“Ti posso dire che non mi annoio. Faccio tante cose e
non ho perso la voglia di vivere che avevo da ragazza. Leggo assai più adesso di quando ero allieva dalle suore”
aggiungeva soddisfatta.
Dotata di una buona cultura generale, in quelle settimane stava per terminare un
corso di riflessologia.
“Tra poco dovrò sostenere a Milano la prova
abilitante”.
“È un esame difficile?” chiese Beppe interessato.
“Insomma...Da alcuni mesi sono parecchio occupata. La
lettura di numerosi libri sulla scienza del piede è piuttosto impegnativa”.
Già nel tono di voce mostrava la rispettabilità che si
doveva alla disciplina della quale si sentiva esperta.
Malgrado i suoi
impegni incombenti, se Beppe le passava un articolo lo leggeva all'istante. Esaminava i suoi scritti e trovava il modo
di fare intelligenti osservazioni. Più comunicavano e più si rendevano conto di
avere dei tratti comuni. Certe attitudini pratiche approssimavano l’una
all’altro; sport, cinema, moda e musica li attiravano con pari energia. Ciò che
facevano o si dicevano li univa in modo palese. Perfino nelle cose più semplici
(come fare una passeggiata o andare in un locale per un drink) si trovavano sempre
d'accordo.
Man mano che aumentava la confidenza si mostravano
disponibili a eseguire l’uno i desideri dell’altra, e viceversa. Fin dal primo
momento che si vennero a conoscere mostravano d’intendersi molto bene. La
verità era che tra i due stava germogliando qualcosa di bello, e non per modo
di dire. Un sentimento che oltrepassava la semplice amicizia e non sarebbe
stato difficile pronosticare dove sarebbe sfociato.
Sul campo di tennis, a ogni battuta di palla, Beppe la
guardava ammirato e riconoscente.
“Non mi trovo di fronte ad un’avversaria, bensì
un’amica con la quale m’intendo su parecchie cose” diceva a se stesso.
Un mattino, addirittura, avvertì una voglia spontanea.
“Con questa ci andrei volentieri a letto...” gli venne
da pensare.
Analoghi pensieri si sviluppavano nella testa e nel
cuore dell’amica.
Arianna metà
ottobre 2003
In passato era già stata a Riva del Garda. Una prima
volta, bambina, i suoi l’avevano accompagnata a vedere una gara di surf.
Un’altra volta, in occasione di una gita scolastica, in terza liceo.
Arianna, religiosa e missionaria, sei mesi prima,
aveva lasciato l’abito e la vita di consacrata. Cercava lavoro, un qualsiasi
lavoro e si guardava intorno, in ogni parte, dappertutto. Lo cercava nella sua
zona, ma anche altrove. Originaria del bresciano, avrebbe voluto essere assunta
da qualche ditta, una delle tante presenti nella sua area di appartenenza. Pur
di lavorare era disposta a spostarsi ovunque, persino in Triveneto, Emilia o
Piemonte se fosse stato necessario. Il suo intento era sempre lo stesso:
trovare una degna occupazione.
Per un certo tempo le sue ricerche si rivelarono vane.
Quando aveva perso ogni speranza, ottenne l’inatteso incarico annuale al liceo
classico A. Maffei di Riva dove avrebbe insegnato inglese. Sicché, a metà
settembre, si trasferì in quell’angolo privilegiato del Garda. Aveva compiuto
da poco trentasei anni e da due mesi abitava nei pressi di Torbole.
La sua abitazione era una piccola porzione di una casa
di campagna. Occupava un’ampia stanza indipendente, al piano terra. Nell’insieme,
le andava bene, a parte il costo della pigione. Il canone di locazione,
comprensivo delle spese condominiali, si portava via un terzo dello stipendio.
Immersa tra lago e montagne, Riva si trovava a pochi chilometri
da Arco, Dro e Sarche. In alto, a settentrione, svettava Madonna di Campiglio.
Alcune sue postazioni sciistiche si vedevano anche da lontano. I numerosi hotel
e chalet di montagna, invece, restavano per lo più nascosti.
Un pomeriggio di fine ottobre ricevette al cellulare
una telefonata inaspettata. Giada, una sua amica d’infanzia, avendo saputo che
aveva lasciato le suore, le chiedeva come stesse e cosa facesse. Erano
trascorsi cinque anni dall’ultima volta che si erano viste. Parlarono a lungo confidandosi
e sostenendosi a vicenda.
“Perché non vieni al nostro meeting di novembre?” le propose l’amica.
“Dove?”.
“A Riva del Garda”.
“Non mi dire! Abito a due chilometri dalla città” fece
Arianna compiaciuta.
“Allora ci rivedremo presto”.
“Sicuramente. Dove?”.
“Al Palazzo dei Congressi”.
“Quando?”.
“Dal quattordici al sedici”.
“Ottimo”.
“Allora ti aspetto”.
“Certo. Farò in modo di essere libera. Mi organizzerò
per passare con te una giornata intera”.
Di recente non si sentiva gran che in forma, ma quell’invito
la mise di buon umore. Sebbene a scuola fosse abbastanza impegnata, avvertiva
un senso di solitudine; nel nuovo ambiente non conosceva quasi nessuno. Arianna
viveva in Trentino da poche settimane e iniziare nuove amicizie richiedeva un tempo
sufficientemente lungo.
Dopo quella telefonata uscì per fare la spesa. Non
lontano da dove abitava, vide una scritta su un pannello stradale di divieto;
il richiamo Dio c’è l’aveva visto altre
volte, altrove. Poco più in là, a caratteri rossi, sul pilastro portante di un
ponte in cemento armato, Dio esiste.
A sera, mentre cenava, ripensò a come aveva vissuto nell’ultimo
periodo. La ricerca e le difficoltà di trovare il lavoro; l’ambiente della
scuola, i colleghi, gli alunni; la fatica di affrontare le sfide del futuro.
Molte cose erano cambiate nella sua vita e non pensava che sarebbero state così
rapide e profonde. Di tante circostanze che l’avevano coinvolto, avrebbe
preferito esiti diversi. Spesso si chiedeva perché aveva dovuto soffrire in
quel modo, così a lungo e con tale veemenza.
Arianna si trovava agli inizi di una fase nuova della
sua esistenza e si preparava a darle una svolta radicale. Al momento, però,
viveva tra tanti dubbi e incertezze che le bucavano l’anima.
Rivedeva con nostalgia certe immagini di Giada che si
erano depositate nella memoria e le provocavano una sensazione gradevole. Il
pensiero d’incontrarla a breve le suscitava un senso di dolce euforia. Accese
la radio e ascoltò la musica che un’emittente locale stava trasmettendo, The Happiest Days of Our Lives dei Pink Floyd.
Con Giada ed
Elisa 15
novembre 2003
Dall’inizio primavera fino a settembre c’era tanta
gente a Riva per via del notevole flusso di turisti. In autunno, invece, le
strade e i luoghi pubblici erano quasi deserti.
Arianna stava per andare al meeting cui era stata
invitata. Vi arrivò poco prima delle nove del quindici novembre, un mese che si
sarebbe rivelato umido e uggioso. Parcheggiò la sua Panda verde pisello e si
mise alla ricerca dell’amica. Al cellulare concordarono di incontrarsi
all’ingresso del grande tendone dove erano predisposti dei tavoli per la
reception. Lì gli addetti alla segreteria davano indicazioni ai convegnisti
venuti da diverse zone d’Italia.
Giunta sul posto, dando un’occhiata all’assemblea, si
rese conto di trovarsi in mezzo a un centinaio di persone. Avrebbe preso parte
solo alla seconda giornata di quel convegno di tre giorni. Il tema era
tracciato su un grande telone rettangolare di colore bianco. A caratteri rossi,
in corsivo, vi era scritto: solidarietà e
avanzamento sociale.
Con sorpresa, in compagnia di Giada, vide Elisa, la
sua compagna di classe alla scuola media. L’ultima volta che si erano incontrate
era stata sei anni prima, a Rezzato. Tutte e tre nutrivano un reciproco attaccamento,
sebbene, in precedenza le loro strade sembravano divergere. Giada, poco dopo il
diploma, iniziò a insegnare. Si sposò a ventiquattro anni e da cinque faceva la
maestra. Elisa andò a convivere, giovanissima, con un ragazzo della bassa. Arianna in quello stesso periodo
stava per emettere i voti religiosi.
Pur seguendo percorsi diversi, erano rimaste unite, un
sentimento di simpatia le legava l’una all’altra. Accese da tante idealità, si
cercavano, si confrontavano e, persino, si scontravano. Ogni volta, però, che
era loro possibile si rivedevano volentieri.
Nella zona, il giorno prima, c’era stata una
pioggerellina insistente, insolente. Quel mattino, invece, si assisteva a un
generale miglioramento atmosferico. Luce e oscurità ingaggiavano una lotta tra
loro e il sole sembrava controllare la massa d’aria oscura e nebbiosa. Una
tenue lucentezza lasciava ben sperare; ma, tra alti e bassi, non riuscì a
prevalere. Rimase tiepida e pallida per quasi tutta la giornata.
Il programma del convegno era intenso; includeva sì
delle pause, ma non molto lunghe. Nel tempo libero le tre donne ne
approfittavano per passeggiare lungo la promenade
del lago. Parlavano e rievocavano certi
ricordi del passato. L’una aveva di che raccontare alle altre e si comunicavano
ciò che stava loro più a cuore. Man mano che passavano i minuti la loro
conversazione si arricchiva fino a toccare qualcosa di personale.
“Sono sfiduciata” si sfogò Giada all’improvviso.
Le amiche attendevano in silenzio che si spiegasse e
lei accennò al non facile rapporto con il marito e i figli. Si lamentava di non
essere compresa mettendo in questione la stessa convivenza familiare. I suoi
non contraccambiavano l’amore che aveva verso di loro, anzi, sottovalutavano la
sua dedizione, il suo spirito di sacrificio. Se la prendeva soprattutto col
marito che non capiva, non apprezzava ciò che lei faceva per tenere unita la
famiglia. I figli, ancora adolescenti, non le davano alcuna gratificazione.
“Difficile instaurare rapporti veri anche con le
persone più care che pure amo infinitamente”.
“Anch’io sono delusa…” fece Elisa.
“Da che cosa?” le chiesero le amiche che le stavano a
destra e a sinistra.
“Parlo in generale…”.
Si esprimeva in modo vago e indistinto, ma al di là delle
parole era già eloquente il suo portamento. Il suo stesso modo di camminare e
gesticolare rivelava pesantezza e negatività.
Arianna la guardò con tenerezza.
“Prima o poi prenderò la decisione di separarmi”.
Divenuta scura in volto, sembrava indulgere a certo
pessimismo.
“Il mio matrimonio si trascina a stento da tanti anni”
disse palesando disagio e tristezza.
Pronunziava quelle parole a mezza voce, con frasi
spezzate tipiche di una persona disillusa, depressa. Il suo stato d’animo la
faceva apparire incerta, frastornata.
“La mia condizione è tutt’altro che invidiabile. Madre
e moglie da otto anni, mi manca qualcosa di essenziale”.
Il suo tono di voce manifestava insoddisfazione. Alle
amiche che la guardavano con aria interrogativa si volse con mestizia.
“Se non c’è l’amore, che senso può avere la vita?”.
Elisa tendeva a scegliere quello che era o si
presentava giovane; trentenne,
vestiva con gusto ed eleganza. Non comprava se non ciò che più le piaceva,
voleva essere e apparire un’autentica donna moderna.
Per i vestiti seguiva i trend più
aggiornati della moda. Quel giorno indossava una gonna di vinile argento
D&G e non disdegnava di mostrare la sua borsa Timberland. Sebbene avesse
ricevuto tanto dalla vita, non era contenta di ciò che faceva, di ciò che
viveva.
Le amiche si mostravano attente, partecipi,
confidenti. La loro fiducia e stima si era consolidata, lo scambio di opinioni si
faceva sempre più intenso. Esortandosi e consigliandosi a vicenda e incitandosi
di continuo, sembrava volessero proteggersi da un’eventuale, indefinita
minaccia. A tratti i loro discorsi finivano per accavallarsi e sovrapporsi. In
fondo, i problemi dell’una erano simili a quelli delle altre.
Francesco Muscato
(framusca@gmail.com)

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