INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
---- Documenti del magistero:
Optatam totius,
(in particolare parte V: revisione degli studi ecclesiastici, nn. 13-18).
Congregazione per la dottrina della fede, Istruzione
sulla vocazione ecclesiale del teologo (1990). C T I, L'unità della fede e
il pluralismo teologico (1972). C T I, L'interpretazione
dei dogmi (1990).
-----Presentazioni generali:
G. SÖHNGEN, La sapienza
della Teologia sulla via della scienza, in "Mysterium Salutis" I/2,
tr. it., Queriniana, Brescia 1987, vol. 2, p. 511-599. C . Vagaggini,
Teologia, in "Nuovo Dizionario di Teologia", EP Roma 1977. Rocchetta,
Fisichella, Pozzo, La teologia fra rivelazione e storia, EDB Bologna 1987. B. FORTE, La teologia
come compagnia, memoria e profezia. Introduzione al senso e al metodo della
teologia come storia, EP, Roma 1987. Introduction
à l'etude de la Theologie ,
Edit. J. Dorè 2 voll. Paris
Desclè 1992; O' DONNEL J., Introduzione alla teologia dommatica, Piemme
1993. R. LATOURELLE, Teologia scienza della salvezza, Cittadella Assisi 1974. G . Bof - A. Stasi, La
teologia come scienza della fede, EDB Bologna 1982. B. Lonergan, Il metodo in
teologia, Queriniana Brescia 1975. W. Pannenberg, Epistemologia e teologia,
Queriniana, Brescia 1975. G .
Colombo (a cura di), L'evidenza e la fede, Glossa, Milano 1988. W. Kern - F.-J.
Niemann, Gnoseologia teologica, Queriniana, Brescia 1984. W. Kern - H.J.
Pottmeyer - M. Seckler (edd.), Corso di teologia fondamentale, 4. Trattato di
gnoseologia teologica, Queriniana, Brescia 1990. FLICK-ALSZEGHY, Come si fa teologia, Ed. Paoline, Roma
1974.
------ Storia della Teologia:
E. Vilanova, Storia della
teologia cristiana, Borla, Roma 1991.
------- in generale:
AA.VV. La
teologia in Italia, Casale Monferrato 1986
BARTH K., Introduzione alla teologia evangelica, EP
Torino 1990.
BIFFI I., Figure medioevali della teologia, Jaca
Book 1981.
BONAVENTURA s., Itinerarium mentis in Deum, Rusconi
Milano
CODA P., Teo-logia.
La parola di Dio, nelle parole dell’uomo, Mursia 1997.
DE LUBAC H. Il dramma dell'umanesimo ateo, Brescia 5a
1988.
EVDOKIMOV P. L'Ortodossia, EDB 1981.
GIBELLINI R. La teologia del XX° sec., Queriniana 1991.
RATZINGER J.
Introduzione al cristianesimo, Brescia 1972.
RATZINGER J,
Natura e compiti della T, Milano 1993
T = Teologia/e,
teologo (a seconda dei contesti...)
PREMESSA [1]
Partiamo da due precisazioni: la
prima circa la collocazione della
Introduzione alla teologia all'interno delle discipline teologiche; la seconda circa l'oggetto specifico di questa disciplina.
a. Circa la collocazione, occorre dire che questa disciplina si pone tra la
teologia fondamentale e lo sviluppo sistematico dei vari trattati teologici.
Sulla base del risultato della teologia fondamentale - l'affermazione della
credibilità della fede cristiana - l'Introduzione alla teologia costituisce la
premessa allo svolgimento della teologia vera e propria.
b. Circa l'oggetto specifico, possiamo dire sinteticamente che esso è: la
natura e il metodo della teologia come conoscenza scientifica.
Da questa "inquadratura"
risulta subito chiaro che l'Introduzione alla teologia è una disciplina di
carattere più formale che
contenutistico, nel senso che il suo obiettivo non è quello di studiare e
presentare il contenuto o i contenuti della teologia, quanto piuttosto, di
tematizzare che cos'è che distingue e specifica la conoscenza teologica dagli altri
tipi di conoscenza, e qual'è il suo metodo proprio.
Anche se - ovviamente - non sarà
possibile (né del resto utile) fare astrazione completamente dall'oggetto della
teologia -che poi è un Soggetto, il Soggetto assoluto, Dio, nella sua
autocomunicazione all'uomo. E questo proprio perchè è la singolarità e
l'assolutezza di questo Soggetto che - sulla base della fede - determina la
singolarità della natura e del metodo della teologia.
1. LA TEOLOGIA COME
PROBLEMA: sua definizione
e collocazione
Nell'introdurci nello studio della
teologia come disciplina scientifica è forse opportuno innanzi tutto cercare di
descrivere le sfide fondamentali alle
quali oggi è sottoposta la teologia, in quanto disciplina che intende avere uno
statuto scientifico nell'ambito delle discipline e delle conoscenze umane. Una
prima sfida viene, per così dire, più dall'esterno,
ed è riassumibile in questa domanda:
la teologia in
quanto tale si può definire ed esercitare come una scienza, una
disciplina scientifica?
Una seconda serie di problemi nasce
più dall'interno del l'esercizio
stesso della teologia; si tratta delle sfide rappresentate da un fenomeno che
sembra caratterizzare in modo profondo la teologia, così come del resto tutte
le discipline, nel contesto contemporaneo: il fenomeno del pluralismo. Questa serie di sfide la potremmo riassumere nelle
seguenti domande intimamente,
interconnesse tra di loro :
vi è una sola disciplina teologica o, così
come appare ad un primo esame, vi sono più discipline teologiche? Di conseguenza,
vi è un solo metodo teologico oppure
vi sono più metodi teologici, ciascuno connesso con una diversa disciplina
teologica? E, infine, si può davvero parlare di la teologia, cioè di una
teologia, o bisogna piuttosto parlare di molte e diverse teologie?
1.1. Il problema della teologia come scienza della
fede
Possiamo partire da una definizione
per il momento generica e sommaria della teologia come scienza della fede. In
effetti i due termini, scienza e fede, già in una prima approssimazione, sembrano
entrambi essenziali per definire la teologia in quanto tale.
Se infatti eliminiamo dal concetto
di teologia il momento della fede come elemento costitutivo della teologia
stessa, al massimo potremmo dar vita ad una scienza
della religione cristiana, delle sue dottrine, della sua storia, delle sue
istituzioni, ma come dall'esterno della fede cristiana stessa, senza
un'autentica comprensione dall'interno: quella comprensione che può essere
offerta, appunto, solamente nell'orizzonte della fede. Dunque, la fede
in quanto tale è un momento e una dimensione
essenziale ed intrinseca alla teologia stessa.
D'altra parte, se rinunciamo alla
dimensione della scienza potremmo al massimo rimanere sul livello della fede o
di un certo intelletto generale intuitivo della fede stessa, il che
eliminerebbe un secondo essenziale aspetto della teologia che è appunto, per
definizione, una riflessione seconda, critica che viene fatta all'interno della
fede stessa e cioè una riflessione di
tipo scientifico nel senso generale del termine. Infatti, se la fede è per
così dire l'atto primo, la teologia è l'atto secondo, di riflessione e di
approfondimento, in cui ci introduce il momento scientifico. In che senso,
infatti, si può parlare di una scienza della fede?
E' possibile, in realtà, parlare di
una scienza della fede? In effetti, la fede non è qualcosa che per definizione
sfugge alla presa non solo di una verifica di carattere empirico e dunque anche
scientifico (nel senso moderno, positivistico del termine), ma che in senso
proprio sfugge anche alla presa della razionalità? E, ancora, è davvero necessaria una scienza della fede o essa è dannosa oltreché
impossibile, in quanto la fede è qualche cosa di pienamente sovrarazionale e
mistico, e introdurre l'elemento della razionalità all'interno della fede
significherebbe snaturarne il significato e il contenuto più profondo?
***Due scogli
(rischi/sfide): fideismo + razionalismo
All'interrogativo di sopra occorre
rispondere che la caratteristica stessa della fede cristiana e del suo
contenuto centrale, e cioè l’Incarnazione del Figlio di Dio, esige una scienza della fede. La natura,
come insegna San Tommaso, non è distrutta ma perfezionata dalla grazia, e
dunque anche la ragione umana non è distrutta dalla fede ma da essa gratuitamente
assunta, purificata, perfezionata e trascesa. E dunque, all'interno della fede,
la ragione umana ha un suo proprio esercizio che va realizzato, appunto, per
attuare in pienezza il dinamismo stesso della fede che si è innestato sul
dinamismo della ragione umana. Tutto ciò esige un mai raggiunto equilibrio
tra il pro nobis e l'extra nos della T, tenendo conto che il
pensiero e i modelli antropologici moderni indulgono volentieri verso un più o
meno palese soggettivismo.
Ma c'è una seconda serie di problemi
a proposito della teologia come scienza della fede. Una volta ammesso, infatti,
che è possibile e necessaria una scientia
fidei, occorre capire che cos'è scientia in generale e specificamente scientia fidei. Scrive in proposito Vagaggini:
"E' molto ambiguo cominciare
con il concetto della teologia come intellectus
fidei, o scientia fidei, o fides quaerens intellectum, o scienza della rivelazione. Il problema sta proprio
nel determinare il significato esatto di fides
e di intellectus (o scientia) e dei loro precisi rapporti in
teologia. Altro è, per esempio, l'intellectus
(noûs, nóesis) della Bibbia e della tradizione patristica, altro è l'intellectus di S. Tommaso (e di
Aristotele), altro ancora il Denken o
il Verstehen di Heidegger e dei
teologi heideggeriani. Altro significa la scientia
(gnósis, epígnosis, epistéme)
della Bibbia e dei Padri, altro la scientia
di S. Tommaso e di Aristotele, altro ancora la scienza nelle prospettive
moderne (scienza storico-critica, scienze fisico-matematiche, scienza neopositivista).
Se si comincia l'indagine sulla natura della teologia ritenendola, per esempio,
scienza (della fede o della rivelazione) nel senso di S. Tommaso e di
Aristotele, oppure nel senso moderno storico-critico o neopositivista, si
pregiudica acriticamente ciò che è proprio il punto della discussione. D'altra
parte è certo che, in quell'indagine e approfondimento della fede che
costituisce la teologia, entra pure un elemento conoscitivo anche di tipo
concettuale e raziocinativo. Ma deve rimanere aperto il problema della natura
precisa di questo elemento e dei suoi rapporti con altre eventuali componenti
sia conoscitive che non conoscitive del procedimento teologico. Così sembra
preferibile partire da una nozione molto larga e ancora indistinta: la teologia
è un certo approfondimento superiore, anche raziocinativo, della fede:
superiore a quello volgare" [2].
In questo senso, l'Introduzione alla
T deve rispondere in profondità a questa prima sfida: non tanto, se la fede in
quanto tale sia un fatto significativo, credibile (questo è l'oggetto proprio
della teologia fondamentale), quanto piuttosto alla sfida di quale tipo di
scienza, come conoscenza superiore e riflessa, sia possibile e necessaria a
partire dall'esperienza di fede, e come essa debba essere sviluppata in modo
corretto e fecondo. Questo è il compito specifico dell'introduzione alla
teologia.
1.2. Il problema del pluralismo in teologia e del
pluralismo delle teologie
Affrontiamo subito due questioni
fondamentali:
- il pluralismo
delle discipline teologiche e, di conseguenza, il pluralismo delle metodologie
di cui esse fanno uso;
- il pluralismo
delle diverse forme di teologia.
La domanda è
d'obbligo: esiste la teologia o
esistono le diverse discipline
teologiche e le diverse teologie, per cui parlare di teologia è fare una
indebita semplificazione, una astrazione ingenua e idealistica?
a) Unità della
teologia e pluralismo delle discipline teologiche e dei metodi teologici.
Facciamo alcune costatazioni:
-le diverse
discipline sconfinano le une nelle altre (la teologia sistematica, ad esempio,
non può fare a meno dell'esegesi e della storia dei dogmi, né quella morale
della dogmatica, e così via). In questo contesto va posto il problema (mai
risolto) dell'interdisciplinarietà.
-esiste una
duplice tensione: la tensione tra l'aspetto storico e l'aspetto sistematico; e
quella tra l'aspetto teoretico e l'aspetto pratico o, come oggi si usa dire,
tra ortodossia e ortoprassi. (la
Teologia è in cantiere...si
diceva all’indomani del Concilio!- ma questo cantiere è destinato a rimanere
ancora aperto...)
-occorre,
dunque, cercare di cogliere il centro
della fede (la "concentrazione della fede", rappresenta uno degli
elementi fondamentali per l'annuncio, la trasmissione e l'educazione alla
fede...).
- Sia l'aspetto storico che quello sistematico sono in effetti essenziali alla teologia e in certo
modo sono irriducibili l'uno all'altro.
L'aspetto storico è essenziale in
quanto la fede, e di conseguenza la teologia, si basano su di un evento storico:
la rivelazione di Dio all'uomo nella storia e come storia e, in modo culminante
e definitivo, nell'evento storico di Gesù Cristo. Molto di più che in ogni
altra forma di scienza, la teologia deve tener conto della storia. Molto di
più, ad esempio, della filosofia: è vero che esiste la storia della filosofia,
ma essa (se non in posizioni estreme come quella di Hegel e dello storicismo)
non è intrinseca alla filosofia sistematica in quanto tale...
D'altra parte anche l'aspetto
sistematico è necessario, perchè, come
scrive ad esempio Ebeling, se l'aspetto storico pone la questione del 'com'è
stato' (= la verità storica di un evento), la sistematica pone la questione del
'come è' (= verità dogmatica) [3];
pone, cioè, la questione della verità della fede da credere qui-ora-da me. Ad
esempio, è certamente importante, sotto l'aspetto storico, determinare qual è
il significato della dottrina effettivamente annunciata da Cristo; ma questo
non incide ancora sulla professione di fede che io nell'oggi devo fare, accettando
questa dottrina come evento di salvezza per me.
Un'analoga tensione la possiamo
ritrovare tra l'aspetto teoretico e l'aspetto pratico della teologia. La verità della fede, e dunque anche quella
della teologia, non può essere scissa dalla vita e dalla prassi, anzi ne è
l'anima, come il centro propulsore. Il Nuovo Testamento, in questo senso, è
chiarissimo: Paolo, ad esempio, parla del "fare la verità nella
carità" (cf Ef 4,15), della "fede che opera per mezzo della
carità" (cf Gal 5,6), e così Giovanni dice che colui che "fa la
verità viene alla luce" (cf Gv 3,21) e afferma che i discepoli
conosceranno "la verità e la verità vi farà liberi" (cf Gv 8,32).
La aleqhia cristiana che è Cristo stesso (cf Gv 14,6) non è solo
qualcosa che si conosce ma qualcosa che, investendo la vita del discepolo,
occorre "fare" nella esistenza. Così la teologia ha per oggetto non
solo l'ortodossia, e cioè la retta
dottrina, la retta fede, ma anche l'ortoprassi,
cioè la retta esistenza ed azione, senza che l'una si possa ridurre
semplicisticamente all'altra. Dunque, oltre alla verità storica e alla verità
dogmatica c'è una verità etica o esistenziale della fede, e la teologia in
quanto tale deve affrontarla.
Da questo pluralismo di dimensioni
che si esprime nel pluralismo delle discipline (discipline di carattere
storico, di carattere sistematico e di carattere pratico), discende anche il
pluralismo dei metodi di cui deve far
uso il teologo. Ad es. Söhngen (art.cit. in 'Mysterium Salutis') parla di: factum historicum, verbum scripturae e sacra doctrina. Il primo
momento indaga il fatto storico, il secondo momento fa un'interpretazione dei
testi, il terzo momento riflette sul contenuto dottrinale mettendolo in
rapporto all'oggi storico. In base a quanto abbiamo detto prima potremmo anche
parlare di un quarto momento, un momento tipicamente practico. A ciascuno di questi tre momenti corrisponde un metodo
particolare: metodo storico-critico, metodo ermeneutico, metodo speculativo.
Ma, nonostante questa distinzione di metodi, ognuno dei quali deve essere
esercitato nella sua peculiarità, essi debbono convergere insieme, in quanto la
teologia è una unità, nonostante le diverse discipline:
-unico è
l'orizzonte esistenziale e intellettuale all'interno del quale i vari metodi
vengono esercitati: quello della fede;
-unico è
l'obiettivo che essi perseguono: l'approfondimento della fede stessa.
Quindi, il vero
teologo deve avere, da una parte, una sensibilità grande per i diversi aspetti
metodologici implicati nell'insieme della teologia; e, dall'altra, allo stesso
tempo, deve avere un senso forte dell'unità e della specificità del metodo
teologico globalmente e radicalmente considerato.
Tutto ciò ci porta ad un ulteriore
approfondimento. La teologia, al di là dei singoli metodi, ha una sua
metodologia propria e irrinunciabile. Il
teologo certamente dovrà far uso del metodo filologico e storico-critico per
l'esame di un testo della Scrittura, così come fa uno storico, o un filologo,
con qualunque altro tipo di testo; ma con la consapevolezza che la Scrittura ha un altro
significato normativo per l'uomo di fede che per qualunque altro studioso!
La metodologia propria della
teologia nasce allora proprio dal dover rispondere a questa domanda: cosa
significa che la fede "sta sotto" e informa di sé i vari metodi di
cui fà uso la teologia? Qual è il luogo della Scrittura nell'insieme della
teologia? Qual è la relazione tra Scrittura e Tradizione? Quale il ruolo del
Magistero della Chiesa in riferimento alla Scrittura, alla fede, alla teologia?
b) L'unità della
teologia e il pluralismo delle teologie
C'è un'altra sfida che è posta alla
teologia odierna: essa viene dal pluralismo delle
teologie. E' un dato di fatto del nostro tempo, basti pensare alla differenza
tra la teologia di K. Rahner e quella di
H. U. von Balthasar, o alla differenza, in campo evangelico, tra K. Barth e la
sua teologia dialettica e P. Tillich e la sua teologia della correlazione... Le
cose si complicano ancora di più, quando si parla di correnti teologiche
diverse e talvolta anche molto distanti tra loro, come le varie teologie del
"genitivo", da quella politica a quella della liberazione, o anche
alle teologie contestualizzate nelle diverse Chiese e nelle diverse aree
geografico-culturali: oggi si parla di una teologia nera, di una teologia
asiatica, T africana ecc....
Il forte e talvolta anche
conflittuale pluralismo delle teologie di per sé non dovrebbe sorprendere o
inquietare la teologia. Già nel passato, sia in senso diacronico che in senso
sincronico, la Chiesa
ha conosciuto una grande pluralità di teologie. A partire dal Nuovo
Testamento dove -a prescindere dal
diverso valore normativo degli scritti in esso contenuti rispetto a ogni
successivo testo dogmatico e anche teologico - vi sono diverse prospettive
teologiche: quella di Paolo, quella di Giovanni, quella della lettera agli
Ebrei... per non dire dello stesso Vangelo "quadriforme". E poi nel
periodo patristico, dove si distinguono diverse scuole e tradizioni, fin dal
l'inizio: la scuola di Antiochia e la scuola di Alessandria, e poi soprattutto
la tradizione orientale e la tradizione occidentale. Ed anche nel periodo
scolastico che, nonostante le apparenze, è un periodo vivacissimo ed
estremamente ricco di scuole T: vittorini, agostiniani, francescani, domenicani,
tomisti, scotisti. Ancora, la diversità di impostazione teologica e la
dialettica di pensiero tra San Tommaso e San Bonaventura, che pure sono teologi
dello stesso periodo storico e anche santi.
Ma è pur vero che il problema si
mostra oggi in una forma tutta particolare e in certo modo nuova: diversità
delle filosofie che vengono assunte
per l'approfondimento teologico; diversità delle prospettive nelle quali ci si pone; diversità delle premesse dalle quali si parte; diversità
dei metodi seguiti e degli obiettivi ricercati. E tutto ciò, mentre
fino a una quarantina di anni fa, la teologia cattolica si presentava come
qualcosa di omogeneo (almeno la teologia ufficiale della scuola) grazie al
rinnovamento del tomismo voluto da Leone XIII con l'enciclica Aeterni Patris. I motivi che hanno provocato l'esplosione del pluralismo
della teologia nella Chiesa cattolica sono fondamentalmente tre.
1) Innanzi tutto l'influsso dei diversi teologi protestanti e
ultimamente anche ortodossi. Un
fatto, dunque, connesso col movimento ecumenico che rappresenta senza dubbio
uno degli elementi nuovi dell'orizzonte ecclesiale del nostro secolo: un
elemento nuovo e largamente positivo. Già il fatto che esistessero in passato
accanto alla teologia cattolica ufficiale una o più teologie evangeliche e
ortodosse è un fatto degno di nota, perchè pur sempre di teologie si tratta (se
restano all'interno dell'esperienza ecclesiale), anche se possono mancare di
alcuni elementi fondamentali di una teologia che sia in quanto tale cattolica.
In ogni caso, l'influsso delle teologie soprattutto protestanti sulla teologia
cattolica ha in buona parte provocato e ampliato il fenomeno del pluralismo. In
positivo ha certamente arricchito sotto vari aspetti la teologia cattolica. In
negativo però, ha rischiato - rischia - di far perdere alla teologia cattolica
ciò che la rende in quanto tale cattolica, al di là di ogni pur legittimo
pluralismo.
2) In secondo luogo, l'influsso delle diverse filosofie moderne.
L'infrastruttura filosofica che ha offerto la base di unità alla teologia
cattolica è stata per secoli, a partire dal Medioevo, quella elaborata,
nell'orizzonte del pensiero di Aristotele,
da San Tommaso. L'influsso del pensiero moderno e contemporaneo ha
spesso e progressivamente infranto questa infrastruttura filosofica, provocando
appunto anche, come conseguenza indiretta, il pluralismo teologico. Anche qui
ci sono degli elementi positivi: il cammino del pensiero umano è inesauribile e
non bisogna fossilizzarsi, assolutizzando un determinato stadio del pensiero.
San Tommaso stesso è stato un grande innovatore, quasi rivoluzionario, perchè
ha introdotto la filosofia aristotelica all'interno della teologia che, fino a
quel momento, era soprattutto debitrice del pensiero platonico. Vero discepolo
di San Tommaso non è il ripetitore del maestro, ma colui che in fedeltà alla
tradizione sa innovare. Ma anche qui vi sono forti aspetti negativi. Là dove si
è giunti a un rifiuto globale e preconcetto del passato, delle irrinunciabili acquisizioni della philosophia perennis, sboccando nel relativismo, oppure sostenendo la inutilità
o anche la dannosità di un pensiero di tipo metafisico come aiuto (o meglio
dimensione intrinseca) del pensiero teologico.
3) Un terzo elemento è stato
determinato dall'impatto con le culture
extra-europee. La fine dell'eurocentrismo come fatto culturale, da un lato,
ha messo in crisi anche un modello di teologia un pò semplicisticamente e
ingenuamente considerato universale e assoluto; dall'altro, ha fatto sentire
l'esigenza della inculturazione della fede come impegno creativo nei diversi
contesti, riproponendo per alcuni aspetti la grande esperienza della Chiesa dei
primi secoli, quando la teologia dei Padri, che noi abbiamo ereditato, è nata
dal processo coraggioso e creativo di inculturazione nelle culture greca e
latina.Per tanti versi, il problema classico del rapporto tra fede e ragione,
sopranatura e natura, deve essere oggi re-impostato all'interno del rapporto
tra fede e culture. In questo contesto
la sfida lanciata al T consiste nel salvaguardare l'originalità della
teologia cristiana (non cedere al relativismo, al sincretismo), senza perdere
la dimensione del Dialogo...
Per questi tre motivi principali il
pluralismo di teologie di fronte al quale oggi ci troviamo non rende sempre
facile distinguere una teologia vera da una teologia falsa o, meglio, un
aspetto vero da un aspetto mancante o falso di una teologia. Ciò significa che
il pluralismo attuale delle teologie mette in primo piano con urgenza e forza
il problema della unità e della verità della teologia. Il problema centrale è
quello di come si possa salvare l'unità della confessione ecclesiale nonostante
e per certi versi (quando il pluralismo è sano) nella situazione pluralistica della teologia di oggi.Il problema
dovrà essere affrontato in sede di metodologia teologica, che deve perciò
riflettere sulla legittimità e sui limiti del pluralismo teologico
salvaguardando la dimensione di verità e di unità della teologia stessa [4].
2. NATURA
e CARATTERISTICHE della
TEOLOGIA
Per offrire una prima presentazione
della natura e delle caratteristiche della teologia, tocchiamo due punti:
-la vicenda storica
dell'affermarsi e del significato del termine "teologia";
-una descrizione introduttiva
della teologia partendo dalla definizione classica di teologia come
"intellectus fidei";
2.1. La vicenda semantica del termine
"teologia"
Letteralmente, il termine teologia
significa: "discorso di Dio",
dove il genitivo "di Dio" ha sia il significato di un genitivo
oggettivo sia quello di un genitivo soggettivo. Come genitivo oggettivo
significa che la teologia ha Dio come proprio oggetto di studio; come genitivo
soggettivo significa che Dio è il Soggetto del discorso della teologia.
Unendo i due significati, possiamo
dire, in una prima descrizione, che la teologia, nell'orizzonte della fede
cristiana, è: il discorso che l'uomo -
nella Chiesa e come Chiesa - fa' su Dio a partire dalla Parola (logoj) che Dio
stesso ha comunicato di Sé all'uomo, in modo singolare e definitivo, in Cristo.
Ma vediamo qual è il significato che
questo termine ha assunto nel corso del tempo.
a. Nel Nuovo Testamento il termine non è presente. Al massimo
si trovano alcuni termini (come gnôsij
= conoscenza; sofia = sapienza; fronesij = pensiero; sunesij = intelletto), che gli possono
essere assimilati. La gnôsij è
distinta dalla semplice fede (pistij),
rappresentandone una penetrazione di tipo anche intellettuale.
b. Nella tradizione greco-romana,
possiamo invece trovare tre distinte accezioni del termine teologia: quella
mitologica, quella filosofica e quella cultuale.
- In Platone e Aristotele il termine
teologia viene criticato perchè assimilato a un discorso di tipo mitologico
sugli dèi, che non giunge alla chiarezza razionale propria del logos. "Teologi", in questo
senso, sono ad esempio definiti Omero, Orfeo, Esiodo, che spiegano l'origine
del mondo in relazione alle opere degli dèi [5].
- In Aristotele, però, troviamo
anche un uso positivo del termine teologia come sinonimo di "filosofia
prima", quella parte, cioè, della metafisica (distinta dalla fisica e
dalla matematica), che considera i principi primi dell'essere e risale alla
"causa prima" [6]. In
questo contesto teologia è sinonimo di teologia "filosofica", quella
teologia fatta in base alla sola ragione, che sarà criticata, assimilata e
superata dalla teologia "teologica", fatta cioè a partire dalla
Parola di Dio dai Padri della Chiesa. Questo uso filosofico del termine
teologia sarà ripreso anche dal neo-platonismo.
- Il terzo uso, anch'esso positivo,
del termine teologia lo ritroviamo nella Stoà, col significato di "parlare
agli dèi nel culto", ed è attestato da Varrone nelle sue Antiquitates rerum humanarum et divinarum,
e riportato da Tertulliano, Eusebio di Cesarea e Agostino. Quest'ultimo, nel De Civitate
Dei (VI, 5),
distingue tra teologia mitica o favolosa, teologia naturale o fisica e teologia
civile o politica.
c. Nell'ambito della riflessione
cristiana primitiva, il termine non è inizialmente attestato: sia perchè si
tratta di termine non biblico, sia perchè utilizzato dai pensatori pagani.
Così, ad esempio, San Giustino filosofo (II sec.) indica col termine teologia
la conoscenza precristiana di Dio.
d. L'uso del termine teologia in
senso propriamente cristiano, come conoscenza di Dio in Cristo, è attestato in
primo luogo nella tradizione dell'Oriente cristiano. Ne troviamo degli
accenni già in Origene (III sec.), che usa anche il termine theoría (= contemplazione) e poi nella
Scuola alessandrina. Questo uso si afferma in modo netto con Eusebio di Cesarea
(IV-V sec.), che scrive un'opera intitolata appunto De theologia ecclesiastica, dove teologia significa
la conoscenza della vera dottrina su Dio rivelata in Cristo e da accogliere
nella fede. Nella tradizione orientale si afferma anche una distinzione che
diventerà classica: quella tra theologhía,
in senso stretto, e oikonomía. Dove
il primo termine indica la dottrina della divinità di Cristo e della Trinità,
per cui oggetto della theologhía è
Dio in Sé, nella sua infinita e misteriosa trascendenza; e il termine oikonomía (da oikoj, casa, e nomoj,
legge = governo della casa e, in genere, della natura, della storia, ecc.)
significa il disegno della salvezza di Dio operato nella storia [7].
e. La tradizione occidentale
esita molto di più di quella orientale nell'uso del termine teologia.
Sant'Agostino preferisce la designazione: "ratio sive sermo de
Divinitate" [8]; Boezio usa il termine in
senso aristotelico; nell'alto Medioevo prevalgono le designazioni:
"doctrina christiana", "sacra pagina", "sacra
Scriptura", "sacra doctrina". L'introduzione
del termine e del concetto di teologia è legata, tra il XII e il XIII sec., a
due fattori: l'ingresso di Aristotele nella cultura cristiana, e la fondazione
e l'organizzazione delle università, dove è introdotta la "facultas
theologiae", e la teologia viene presentata come "scientia" e
"scientia" principe tra tutte le altre discipline.
Sotto il profilo metodologico,
possiamo dire, in sintesi, che nella vicenda storica e semantica del vocabolo
teologia troviamo il riflesso di due importanti aspetti della storia del
cristianesimo:
· il
problema del rapporto tra fede cristiana e pensiero greco, che diventarà il
problema del rapporto tra fede e ragione, teologia e filosofia;
· il
problema della teologia come scientia,
e cioè del suo rapporto con le altre scienze (e con il loro statuto tipico, in primis
la filosofia) e della sua specificità in quanto "scientia fidei" [9].
Diamo soltanto alcuni cenni sulla
vicenda semantica del termine dopo il periodo medioevale. Dal sec. XVII si
comincerà a distinguere tra teologia come scienza naturale (e dunque parte ella
filosofia), e teologia in quanto fondata sulla rivelazione. Già Francesco
Bacone, nel suo De augmentis scientiarum,
parla di una teologia naturale, conoscenza di Dio che si può ottenere
"mediante il lume della natura e la contemplazione delle cose create"
(III, 2), e di una teologia "ispirata" o "sacra" (III, 1).
Questa distinzione sarà ripresa da Wolff e Baumgarten. E questo sarà il concetto
di teologia conosciuto e criticato da Kant.
L'ispirazione razionalistica
presente nell'illuminismo (e poi nel positivismo e nel neopositivismo) tenderà
a emarginare progressivamente la teologia, in quanto la fede farebbe appello a
facoltà extra-razionali dello spirito umano, in ultima analisi non
giustificabili scientificamente. Il romanticismo, e soprattutto l'idealismo
tedesco (Fichte, Schelling, Hegel), in dialettica con l'illuminismo,
cercheranno di prendere sul serio le istanze e i contenuti offerti al pensiero
dalla fede. Ma soprattutto nel caso
dell'idealismo, non essendo correttamente impostato il rapporto tra fede e
ragione, la teologia finirà con l'essere assorbita ed esaurita all'interno del
pensiero filosofico - emblematici i casi di Hegel e, per altri versi, di
Schelling, fino all'antropologizzazione radicale della teologia in Feuerbach.
Così che, dopo questo fallito tentativo di conciliazione, assistiamo di nuovo
alla progressiva separazione tra pensiero filosofico e teologia cristiana, che diventano
compartimenti stagni dell'esperienza umana. Il dialogo riprende solo nel nostro
secolo, non senza ambiguità, e con alterne vicende: ma è, forse, una delle
sfide promettenti e significative, a cui occorre far fronte nel presente e in
un prossimo futuro.
2.2. La teologia conoscenza per fede, nella speranza
e dell'Amore.
Della T come conoscenza di fede
abbiamo già detto e, comunque, il discorso sarà ripreso a proposito dell'intelluctus fidei. Circa la dimensione
della speranza, il Nuovo Testamento ci offre un testo particolarmente
significativo. Si tratta della prima lettera di Pietro 3,15: "Adorate il
Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti a rispondere (apologia) a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza (elpis)
che è in voi". Qui, l'Apostolo sottolinea due elementi importanti:
· La
teologia è logos, ratio della speranza che è nel credente.
Non solo della fede, dunque, ma anche del senso ultimo, escatologico
dell'esistenza cristiana, che non è ancora dato in compiutezza all'interno
dell'esperienza di fede, ma che è già
presente come inizio e come caparra dentro l'esistenza cristiana.
· La
teologia è apologhía, cioè risposta a
chi domanda, in quanto nasce dalla interrogazione dell'ambiente circostante,
perchè la speranza evidente nell'esistenza dei credenti fà questione, suscita
meraviglia e interrogazione .
Questo rapporto
tra teologia e speranza mette in luce non solo il carattere rammemorativo e presente della teologia, nel senso che la teologia deve
continuamente fare memoria dell'evento della salvezza che in Gesù Cristo ha
fatto irruzione definitiva nella storia, e che è presente nella vita del
credente e della Chiesa; ma anche un carattere profetico, di anticipazione del significato escatologico della
esistenza e della storia a partire dall'interrogativo del dolore, della morte,
del non senso, delle contraddizioni che piagano la vita degli uomini. Per dirlo con le parole di Bruno
Forte: la teologia è allo stesso tempo memoria della Parola già venuta tra noi,
compagnia del presente con i fratelli, profezia della speranza futura [10].
Quanto al rapporto tra la teologia e
l'agape basta rifarsi al testo
pregnante della prima lettera di Giovanni al cap. 4°. Mi soffermo soltanto su
alcuni versetti. Innanzitutto su 4,7b-8: "Chiunque ama è generato da Dio e
conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perchè Dio è Amore".
Qui vengono collegati profondamente
tre realtà: l'amore (agape), la
conoscenza (gignoskein), l'essere
generati come figli da Dio. C'è come una serie di equazioni.
·
Solo
chi è generato da Dio, cioè è suo figlio, della sua stessa natura, può
conoscere Dio. Viene in mente, in proposito, il famoso lóghion di Gesù che ci è riportato dal Vangelo di Matteo: "Ti
ringrazio, Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai nascosto queste
cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli; sì, o Padre,
perchè così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio. Nessuno
conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio
e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11,25-27).
·
Ora,
solo chi ama (chi è amante, o agapón, nella terminologia della 1Gv)
attesta a fatti d'essere figlio di Dio,
da Lui generato, e dunque della stessa natura (cf. 2 Pt 1,4) perchè Dio è Amore;
e dunque solo chi ama conosce quel Dio che è Amore. Si sottolinea così che non
solo la fede ma la fides caritate formata (per dirla con gli scolastici) la fides quae per caritatem
operatur (Gal 5,6; cf. Ef 4,15), è la
condizione di possibilità della conoscenza di Dio e perciò della teologia.
Dunque, non basta la fede per conoscere Dio, occorre una fede che si esprime
nella vita, e cioè nella carità [11].
·
Ma
si sottolinea anche che l'agápe
stessa è conoscenza di Dio: non conoscenza, forse, riflessa, esplicita, ma
conoscenza reale, "operativa", in quel senso integrale e biblico per
cui conoscere è essere in comunione con chi si conosce. Essendo Dio Amore, e
dunque continuo e infinito Atto di donazione, si può essere in sintonia con
lui, conoscerlo, solo amando, solo attuando la vita di fede che egli ci
comunica nell'amore.E' lo stesso concetto ribadito al versetto 12 di questo
stesso capitolo: "Dio nessuno l'ha mai visto: se ci amiamo gli uni gli
altri, Dio rimane in noi, e il suo amore in noi giunge al suo compimento".
Essendo Dio Amore, e Amore
trinitario, Amore reciproco, il luogo della sua conoscenza - come presenza di
Lui in noi e tra noi - è l'amore reciproco (che è il "comandamento
nuovo" che sintetizza la
Legge di Cristo). Tanto che Sant'Agostino può giungere a dire
"vides Trinitatem, si caritatem vides" [12].
E' in questa prospettiva che la
teologia contemporanea va riscoprendo l'agape
come via privilegiata e originale dell'autentica conoscenza del Dio
cristiano.Scrive, ad es., il teologo H. Mühlen: "Il mistero della Trinità potremo
'saperlo' (cf Gv 14,20) solo nella misura in cui tenteremo di compiere a nostra
volta l'autodonazione divina che si palesa sulla croce. Il mistero della
Trinità potremo sperimentarlo solo in questa attiva imitazione, e se mai deve
esserci una dottrina trinitaria, essa
non potrà esser altro che una conoscenza operativa"
[13].
Inoltre, la teologia parte dalla
carità nel senso che nasce dalla storia di solidarietà della Chiesa con gli
uomini, soprattutto con i poveri (nel senso vasto, materiale e spirituale, del
termine) e con gli ultimi. Come Cristo, che ha iniziato il suo ministero
messianico proclamando la buona novella ai poveri (cf. Lc 4,16-19; Mt 5,3; Lc
6,20), e l'ha attuato sedendo a mensa con loro.
In sintesi, la teologia è docta fides, docta spes e docta caritas: fede, speranza e carità portate al livello della
consapevolezza intellettuale (intellectus),
e come tali vissute per penetrare sempre più pienamente nel dono ricevuto, per
entrare in comunione sempre più intima con Dio e con i fratelli, e dare così
ragione agli uomini della speranza che vive in noi.
2.3.
Theologia "hominis viatoris": escatologia e dossologia
Un'ulteriore caratteristica
costitutiva della teologia concerne il fatto che essa è conoscenza dell'homo viator, o, in una prospettiva più
comunitaria, è teologia che si fa' nella Chiesa pellegrinante, in quella Chiesa
che - per usare l'espressione del
Concilio Vaticano II - ha "un'indole escatologica", tende cioè al suo
gratuito compimento escatologico, che gli viene da Dio.
Questa nota della teologia è già
espressa nella stessa definizione che ne abbiamo dato: intellectus fidei. La
teologia è una conoscenza che presuppone la fede, la quale non è ancora
conoscenza compiuta di Dio, dove la mediazione della fede cadrà definitivamente.
In questo senso, vale anche per la teologia la parola di San Paolo:
"Camminiamo nella fede e non ancora nella visione" (2 Cor 5,7);
"Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora conoscerò
perfettamente come anch'io sono conosciuto" (1 Cor 13,12; cf. 1 Gv 3,2).
In questo modo - come ha scritto la Commissione Teologica
Internazionale - "la nostra conoscenza della verità è posta nella tensione
tra il 'già' e il 'non ancora'" [14]. Il limite e la provvisorietà della
riflessione teologica è poi anche dovuto al fatto che essa si fa' secondo le
capacità della riflessione umana, anche se redente e ricreate dalla grazia di
Cristo.
In modo paradigmatico, San Tommaso
ha espresso questo costitutivo stato della teologia nel concetto stesso della teologia
come scienza (su cui ci soffermeremo più avanti) [15],
affermando che la teologia hominis viatoris è "scientia subordinata
scientiae Dei et beatorum".
Connessa a questa nota della
teologia è anche la dimensione che possiamo definire intrinsecamente dossologica (di professione di lode e di
fede) della teologia cristiana. Se nasce dalla fede (dalla homologhia) e viene esercitata sempre e soltanto nell'orizzonte
della fede, la teologia allo stesso modo tende - come a sua meta - alla
professione di fede. La parola ultima della teologia, dopo aver percorso
l'approfondimento del mistero rivelato che gli è offerto dalla fede, è
l'adorazione del mistero più profondamente conosciuto, la rinnovata
attestazione di fede in esso. L'ultima parola della teologia hominis viatoris è la parola: "credo, Signore, aumenta la mia
fede!" (cf. Mc. 3,24; Lc. 17,5); in attesa di pronunciare la parola con
cui l'uomo intero dirà se stesso in Cristo, per mezzo dello Spirito, senza più
la mediazione della fede: "Abbà, Padre!" (Rom 8,15; Gal 4,6).
Potremmo perciò parlare anche di una
caratteristica eucaristica della
teologia: in quanto essa è espressione del ringraziamento che l'uomo fa' a Dio
per il suo autocomunicarsi, per appropriarsene più intimamente, e in quanto
questa parola di ringraziamento diventa sostanziale e viene assunta da Cristo
nel suo movimento di donazione al Padre attualizzato sacramentalmente
nell'Eucaristia. Basta ricordare l'episodio narrato a proposito di San Tommaso,
secondo cui il grande Dottore chiedeva luce per affrontare le grandi questioni
teologiche all'adorazione del Cristo eucaristico.
2.4. Aspetti ecumenici dello studio della Teologia
Paolo VI nell'enciclica inaugurale
del suo pontificato, 'Ecclesiam suam,
affermava che "la Chiesa
deve venire al dialogo con il mondo in cui si trova a vivere; dal che deriva
che essa deve come indossare la veste della parola, dell'annuncio e del
colloquio" (E V 2/192). Il
dialogo è via essenziale all'evangelizzazione: non è venir meno alla propria
identità e alla propria missione, ma scaturisce dall'intimo del messaggio e
della missione di Cristo [16].
Il Concilio Vaticano II, per quanto
concerne l'autocoscienza della Chiesa, ha operato dal punto di vista teologico
una vera e propria "rivoluzione copernicana" [17]. Si
oltrepassò, cioè, la visione di chiesa nel suo aspetto prima predominante (gerarchologico, visibile, piramidale)
tipico di "un'istituzione storica autosufficiente ('societas perfecta) con
proprie leggi, propri riti e propri capi" (ibid.). Dal Concilio in poi l'accento
è posto maggiormente sulla dimensione comunitaria e relazionale del popolo di
Dio, in quanto costitutiva essenziale dell'essere della Chiesa. In ciò consiste
fondamentalmente l'ecclesiologia di comunione, frutto di un cammino di rinnovamento teologico che durava da
alcuni decenni. Ad essa si arriva -tra l'altro- con il superamento in teologia
del 'cristonomismo' e dell''ecclesiocentrismo', tendenze tipiche
della teologia cattolica dal Concilio
Tridentino in avanti. Afferma B. Forte:
"Il Concilio (Vat.II) raccogliendo i frutti del
rinnovamento biblico, patristico e liturgico del nostro secolo, caratterizzato
dal fecondo "ritorno alle fonti",supera entrambe le riduzioni
('cristonomismo' ed 'ecclesiocentrismo'), riscoprendo la profondità trinitaria
della Chiesa e la sua finale destinazione alla gloria" [18]
Così la
riscoperta della dimensione comunionale della Chiesa e nel recupero della
'ecclesiologia totale' ha trovato nel Vaticano II [19] il
luogo e l'espressione più autorevole. Dal punto di vista del vissuto ecclesiale
c'è da aggiungere che questa nuova costituzione teologica della Chiesa è stata
accompagnata da una percezione più profonda che la Chiesa ha di se stessa che
ha generato nei fedeli una nuova coscienza di appartenerle [20].
Inoltre il Vaticano II ha precisato
e ulteriormente approfondito questa prospettiva, non solo nella Lumen Gentium
(cf. soprattutto nn. 15-16), nella Gaudium et Spes (cf., ad es., nn. 3, 40,
92), ma anche in Ad gentes (n. 11). Nella fase post-conciliare, l'istituzione
dei rispettivi Segretariati (oggi Consigli), la loro molteplice azione, e
l'emanazione di specifici documenti su questo tema, hanno fatto crescere
l'autocoscienza, l'esperienza concreta e la chiarificazione dottrinale della
via una e molteplice del dialogo. Anche il Magistero pontificio di Giovanni
Paolo II, dalla Redemptor Hominis alla Redemptoris Missio, ha ripreso e
precisato più volte l'importanza di questo tema. Per quanto riguarda la Chiesa in Italia, basti
ricordare, fra tutti i numerosi documenti, "Evangelizzazione e
testimonianza della carità. Orientamenti Pastorali per gli anni '90", che
dedica specificamente quattro numeri al tema del dialogo nel contesto della
sfida della nuova evangelizzazione (32-35).
1. lo statuto ecumenico della T cattolica
"L'insegnamento teologico abitualmente gestito
dai professori e insegnanti di istituzioni cattoliche di teologia dovrebbe
pienamente tener conto della dimensione ecumenica della teologia cattolica. Di
conseguenza ogni insegnante cattolico dovrebbe dare tutto il loro peso agli aspetti ecumenici dipendenti dai
differenti ambiti e corsi del suo insegnamento. D'altro lato, le istituzioni
cattoliche per l'insegnamento della teologia hanno il dovere di completare
questa formazione per mezzo di corsi appropriati aventi come soggetto proprio
l'ecumenismo, corsi pure dati da insegnanti cattolici. Questo significa:
<"includere la dimensione ecumenica nei corsi di teologia e dare un insegnamento
esplicito sul movimento ecumenico, la sua storia, la sua teologia e il suo
significato pastorale, e i nuovi passi avanti che con esso si fanno> (Giov.
P II, Discorso ai delegati delle commissioni ecumeniche, 27 Apr. 1985)" [21].
A questa chiara
e autorevole annotazione, fanno riscontro i Vescovi Italiani in un documento
altrettanto esplicito: "Il concilio Vaticano II vuole anche che
l'insegnamento della teologia sia compiuto valorizzando l'aspetto ecumenico. Si
insegni pertanto ad approfondire il messaggio evangelico non contro qualcuno,
ma con tutti. E' importante che <"i futuri pastori e i sacerdoti
conoscano bene la teologia accuratamente elaborata in questo modo, e non in
maniera polemica, soprattutto per quanto riguarda le relazioni dei fratelli
separati con la Chiesa
cattolica">(UR 10). Si abbia cura di conoscere le comunità ecclesiali
separate dalla sede apostolica e le principali religioni non cristiane (cf. OT
16; RaF 80)" [22].
2. per una
T ecumenicamente intesa
Perchè si arrivi alla piena comunione,
le Chiese devono percorrere la pista della 'riforma' e del rinnovamento. Per
quanto riguarda la Chiesa
cattolica, il Decreto U.R. al n. 6 afferma: "Siccome ogni rinnovamento
della Chiesa consiste in una accresciuta fedeltà alla sua vocazione, esso è
senza dubbio la base a partire dalla quale tale movimento conduce verso
l'unità. La Chiesa
pellegrinante è chiamata da Cristo
questa perenne riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha
sempre bisogno" [23].
Anzitutto, questa 'conversione' ha una valenza ecclesiale nella misura in cui
approfondisce la coscienza ecumenica e
la responsabilità comune in ordine alle esigenze dell'unità.
Al riguardo è avvenuta come una
'rivoluzione copernicana'. "In altri tempi dicevamo: 'i cristiani siamo
anzitutto divisi, anche se un certo fondo cristiano ci unisce'. Oggi invece si
dice: 'siamo anzitutto uniti, come cristiani, anche se certi punti importanti
della fede e della vita ecclesiale ci separano ancora" [24]. Lo
stesso Giovanni Paolo II facendo visita al CEC, (Ginevra) nel 1984 ha accennato alla
"comunione incompleta e senza dubbio 'reale' che esiste tra noi".
"Ed è proprio qui che siamo spinti
a riannodare i vincoli di comunione. Si tratta di accettare di essere quello
che siamo...Le nostre divisioni contrastanno con l'unità già esistente e per
questo sono molto più scandalose". E, a suo tempo Paolo VI rivolgendosi al
Patriarca Atenagora: dobbiamo "elevare alla sua pienezza e perfezione la
'comunione così ricca che già esiste tra di noi'".
Del resto, come si legge nel
documento finale del Sinodo dei Vescovi del 1985 "Basandosi
sull'ecclesiologia di comunione, la
Chiesa cattolica, al tempo del Concilio Vat. II, ha assunto
pienamente la sua responsabilità ecumenica. Dopo questi vent'anni, possiamo
affermare che l'ecumenismo si è iscritto profondamente e indelebilmente nella
coscienza della Chiesa...Il dialogo deve essere spirituale e teologico. Il
movimento ecumenico si favorisce in modo particolare con la preghiera
vicendevole. Il dialogo è autentico e fruttuoso se presenta la verità con amore
e fedeltà verso la Chiesa.
In questo modo fa sì chela Chiesa venga vista più chiaramente
come sacramento di unità. La comunione tra i cattolici e gli altri cristiani,
sebbene sia incompleta, chiama tutti alla collaborazione nei molteplici campi e
rende così possibile una certa qual testimonianza comune dell'amore salvifico
di Dio verso il mondo bisognoso di salvezza" [25].
Tutto ciò comporta un radicale
cambiamento di prospettiva, una decisa conversione all'E. La prima conversione
da effettuare è a livello di idee, di modi di vedere/giudicare, in questo senso
è anche intellettuale [26].
3.
LE DIMENSIONI COSTITUTIVE DELLA TEOLOGIA CRISTIANA
Sempre sul
livello di una prima descrizione della teologia, cerchiamo di indicare alcune
note caratteristiche, o dimensioni fondamentali, della teologia, che superano
l'ambito delle singole discipline e dei singoli metodi, e che strutturano la
conoscenza teologica sia come metodo che come contenuto.
Premessa: Il nesso tra teologia ed economia della
salvezza.
Come già sappiamo, la distinzione
tra "teologia" e "economia" è stata fatta anzitutto dai
Padri greci, in particolare dai Padri Cappadoci (San Basilio, San Gregorio di
Nissa e San Gregorio Nazianzeno). La teologia, secondo l'uso dei Padri greci,
ha per oggetto Dio stesso nel suo essere trinitario; l'economia, Dio nella sua
rivelazione nella storia della salvezza.
Ora, per la teologia cristiana è
fondamentale sottolineare che la teologia in senso pieno si fa' secondo l'unità
tra quella che i Padri chiamavano teologia e quella che essi chiamavano
economia. L'oggetto della teologia - come sappiamo - è infatti lo stesso
oggetto della fede: Dio. Ma Dio si è rivelato nella sua parola e in una storia
della salvezza culminata in Cristo. Dunque, per conoscere Dio dovrò conoscere
la sua rivelazione nella storia della salvezza. Questa
distinzione nell'unità è assai importante perchè sottolinea che il discorso
cristiano su Dio (la teologia in senso globale) ha due poli inscindibili: la storia
della salvezza da un lato, e, dall'altro, la contemplazione, la penetrazione
delle profondità di Dio. Per cui, è vero, da un lato, che non si può fare una
teologia prescindendo dalla concreta rivelazione di Dio nella storia culminante
in Gesù Cristo: Lui è la porta d'accesso, l'unica, intrascendibile alla
conoscenza di Dio secondo il giovanneo: "Dio nessuno l'ha mai visto.
L'Unigenito Figlio che è verso il seno del Padre egli ce lo ha mostrato"
(Gv 1,18).
Ma è altrettanto vero, dall'altro,
che la conoscenza che si ha a partire dall'autocomunicazione di Dio mi dice
qualcosa di vero e di reale - anche se imperfettamente lo riesco a cogliere ed
esprimere - di Dio. E questo contro ogni forma di agnosticismo e di
adogmatismo: per cui di Dio in sé non si potrebbe dire nulla e i dogmi di fede
non avrebbero significato e consistenza veritativa, ma al massimo solo pratica. Il principio base che sta a fondamento di tutta
la teologia trinitaria, ad esempio, - così come l'ha formulato Rahner - è che "la Trinità economica è la Trinità immanente" [27].
Anzi, la
Commissione Teologica Internazionale ha affermato che esso
costituisce "l'assioma fondamentale della teologia odierna" [28]. Ciò
significa affermare che l'autocomunicazione di Dio Padre in Cristo per mezzo
dello Spirito, così come noi la accogliamo nella fede attraverso la storia, ci
rivela Dio così com'è in sé. Il Dio della storia della salvezza è il Dio
trinitario, il Dio trinitario è il Dio della storia della salvezza. E, d'altra
parte, che non possiamo comprendere tutto il significato dell'economia della
storia della salvezza senza considerarne il fondamento teologico e
trascendente. Senza l'economia la teologia rischia di diventare una pura
speculazione astratta. Senza la teologia l'economia perde la dimensione di
profondità e il suo significato ultimo.
3.1.
La dimensione cristologica (cristocentrica) e pneumatologica della teologia
Proprio in base alla definizione
stessa della teologia e al nesso organico tra teologia ed economia, la teologia
ha un'intrinseca dimensione cristologica ed anzi cristocentrica. Bisogna
ricordare che nella teologia della scuola si è discusso a lungo circa il
problema dell'oggetto della teologia. Nella precisa terminologia scolastica si
pone la questione dell'oggetto formale
quo e dell'oggetto formale quod:
a. oggetto formale quo indica la
luce specifica sotto la quale si studia qualcosa: questo oggetto, per la
teologia, è la ratio fide illustrata, nel senso che nella conoscenza teologica
sono uniti insieme, in modo da precisare, fede e ragione umana;
b. oggetto formale quod indica
l'aspetto specifico sotto il quale qualcosa viene considerato: nel caso della
teologia, "Deus sub ratione Deitatis", e cioè Dio in quanto è Dio, e
non, ad esempio, in quanto è conoscibile a partire dalle realtà che ha creato.
S. Tommaso, con una precisa
terminologia, dà al problema di quale sia l'oggetto formale quod della teologia una risposta che è
diventata classica. Si pone la domanda: "Utrum Deus sit subiectum
huius scientiae". E risponde: "Respondeo dicendum quod Deus est
subiectum huius scientiae. (...). Omnia autem pertractantur in sacra doctrina
sub ratione Dei vel quia sunt ipse Deus; vel quia habent ordinem ad Deum, ut ad
principium et finem" [29].
Questa, in fondo, è stata la
definizione fatta proprio dalla manualistica cattolica. Ma già nel Medioevo non
era l'unica risposta possibile. Ad esempio, in San Bonaventura, in Duns Scoto e
nella tradizione della teologia francescana di ispirazione più fortemente
cristocentrica, la nota teocentrica di questa definizione tomosiana è stata
equilibrata da un orientamento altrettanto forte in senso
cristocentrico.Scrive, ad esempio, Bonaventura nelle sue famose Collationes in Hexaemeron:
"Bisogna cominciare dal medium
(dal centro), che è Cristo. Egli infatti è mediatore di Dio e degli uomini che
è al centro di tutto (...). Per cui occorre cominciare di necessità da Lui, se
si vuole raggiungere la sapienza cristiana" [30]. Del
resto, San Tommaso stesso afferma: "Nella dottrina cristiana l'inizio e il
principio della nostra sapienza è Cristo in quanto è il Verbo di Dio (= è
attraverso l'umanità del Verbo che abbiamo accesso alla Trinità). Quanto a noi
stessi è ancora Cristo il principio della vita nuova, in quanto Verbo di Dio
fatto uomo, cioè attraverso l'incarnazione (attraverso cui Dio comunica
all'uomo la sua stessa vita)" [31].
Questa centralità cristologica è
stata anche ripresa in ambito moderno soprattutto da Lutero e dalla teologia di
ispirazione protestante. Nel nostro secolo, attorno agli anni '30, si è
riacceso il dibattito intorno al teocentrismo o al cristocentrismo della
teologia cristiana. La teologia cosiddetta kerigmatica (della facoltà teologia
di Innsbruk, in Austria) proponeva, ad esempio, accanto alla teologia
teocentrica propria della scuola, una teologia cristocentrica più adatta alla
predicazione. Ma si trattava di una soluzione evidentemente un pò
accomodatizia. Il cristocentrismo
venne in più chiara luce con la riscoperta della categoria della storia della
salvezza, come luogo dell'autocomunicazione di Dio, in cui, ovviamente, Cristo
acquista la centralità che gli compete.
In questa luce si è fatto notare che
c'è un certo squilibrio nel sistema teologico di San Tommaso: nella Summa, ad esempio, egli svolge le parti
su Dio, la creazione, la predestinazione, la morale, senza mettere in luce
l'aspetto cristologico di questi dati della fede. Soltanto nella IIIa parte
della Summa si parla di Cristo.
Questa disposizione appare oggi troppo particolaristica. Nel nostro tempo, con
equilibrio, si sottolinea perciò che non c'è contrapposizione o alternativa tra
impostazione teocentrica e impostazione cristocentrica della teologia. La
formula classica Deus sub ratione
Deitatis può essere riformulata: Deus
in Christo: Dio è il punto ultimo di riferimento di ogni discorso
teologico, come principio e come meta, ma in quanto Cristo è l'unico e il
definitivo mediatore tra Dio e gli uomini. In questo senso, la cristologia non
è semplicemente un trattato teologico accanto agli altri ma è una dimensione
essenziale di tutta la teologia. Basti pensare, per non fare che alcuni
esempi:
- alla dottrina della creazione: essa non si
può basare soltanto sui primi capitoli del libro della Genesi, ma anche sulla
cristologia di Paolo (inni cristologici delle lettere ai Colossesi e agli
Efesini) e di Giovanni (Prologo), dove si afferma che tutte le cose sono state
create in Cristo, per Cristo e in vista di Cristo;
-
o all'antropologia teologica che ha il suo contenuto centrale in Cristo, Nuovo
Adamo, come afferma ad esempio la
Gaudium et Spes al n. 22: "In realtà, solamente nel
mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo,
infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rom 5,14), e cioè di
Cristo Signore. Cristo che è il Nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del
Padre e del suo amore svela pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua
altissima vocazione". Un'affermazione molto importante, questa del
Concilio, perchè mostra che la chiave cristologica è la chiave interpretativa sia
del mistero di Dio, sia del mistero dell'uomo; sia della teologia in senso
proprio, sia dell'antropologia teologica;
-
così, ancora, a proposito dell'escatologia che ha il suo centro nella morte e
resurrezione di Cristo;
-
così nella teologia morale, che deve considerare l'ethos del cristiano alla
luce del suo essere "uomo nuovo" in Cristo;
-
così della dottrina trinitaria, dove oggi non si mantiene più la distinzione
classica tra De Deo Uno e De Deo Trino, ma la si sviluppa in chiave
cristologica. E così via.
In questo senso, Söhngen ha potuto
scrivere: "se si fa questione del carattere teocentrico o cristocentrico
della teologia cristiana si deve rispondere distinguendo il concetto di centrum: Dio è centrum di tutti gli enunciati teologici come loro primo ed ultimo subiectum, è il terminus a quo e il terminus ad quem; Cristo è il centrum in quanto praedicatum
mediumque, è mediator anche in quanto concetto logico e teologico" [32]. In
questa prospettiva, sempre secondo Söhngen, si può comprendere anche la differenza
tra la considerazione di Dio propria del filosofo e quella propria del teologo.
-
"La dimensione filosofico-teologica del pensiero va dal mondo e dal suo
essere da Dio, e di conseguenza a Lui visto in base al mondo e quindi
addirittura a un Dio del mondo, anche se Gli compete una certa
sopramondanità";
-
"Nella dimensione specificamente teologica del pensiero, Dio invece
pretende la posizione del soggetto degli enunciati in base al quale e per il
quale vengono fatti tutti gli enunciati teologici come del Dio nella sua
divinità, come del Dio misteriosamente divino, e anche tutti gli enunciati
teologici sull'essere del mondo e dell'uomo" [33].
In sintesi, mentre nella teologia
Dio occupa la posizione del soggetto (che si autorivela in Cristo); nella filosofia
Dio sta dalla parte del predicato.
L'aspetto cristologico e
cristocentrico della teologia è radicalmente connesso con quello pneumatologico
e pneumatocentrico, come sottolinea lo stesso Söhngen, "poiché il Signore
(Gesù Cristo) è lo Spirito e in questo Spirito abita in noi, il cristocentrismo
deve essere inteso in senso pneumatologico" [34].
Innanzitutto bisogna affermare che
la dimensione pneumatologica è caratterizzante la fede ecclesiale. Tutta la
vita della Chiesa - così come è testimoniata ad esempio dalla liturgia (e la
"lex orandi" è "lex credendi") - è segnata da questo
movimento: per Cristo, nello Spirito al Padre. La teologia, al
suo proprio livello, è anch'essa intrinsecamente caratterizzata da questo
stesso movimento. Certamente,
occorre distinguere tra la nostra relazione a Cristo e la nostra relazione allo
Spirito. In Cristo, Dio ci viene incontro nella sua seconda Persona, con un
volto concreto; lo Spirito non ha un volto concreto ma è piuttosto la luce
nella quale vediamo il volto di Cristo e, in Lui, ci indirizziamo verso il
volto misterioso del Padre. "Egli - come dice von Balthasar - vuol essere in noi l'occhio veggente della
grazia" (Spiritus Creator). In questo senso, si può
parlare di dimensione pneumatologica della teologia almeno sotto un duplice
profilo:
3.1.1.
Lo Spirito Santo come memoria attualizzante e profetica dell'evento
cristologico.
La teologia, innanzi tutto, ha il
compito di accogliere e di approfondire quello che già la Scrittura definisce il
"deposito" [35]
della rivelazione, così come ci è consegnato nella Parola di Dio scritta e
nella Tradizione apostolica. Ma questo "deposito" non è presente
soltanto come una serie di testi, come "lettera", come paradosis (= tradizione) verbale o
scritta; esso è trasmesso anche attraverso una paradosis esistenziale, la
trasmissione permanente di Cristo risuscitato nella e attraverso la Chiesa. E tutto ciò è
reso possibile dallo e nello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è, infatti, nella vita della Chiesa, il legame
tra noi e Cristo risorto. Colui che rende vivo e presente, contemporaneo a noi,
l'avvenimento di Gesù di Nazareth crocifisso e risorto. Tutto ciò è già
riconosciuto dal Nuovo Testamento: basti pensare nel Vangelo di Giovanni, ai
famosi "detti del Paraclito", dove Gesù promette che "il
Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà
ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (14,26).
Non solo. Ma accanto a questa
funzione di "memoria attualizzante", cioè di rendere presente e
contemporaneo a noi l'evento Gesù, lo Spirito Santo ha anche una funzione
profetica, di guida all'approfondimento del contenuto inesauribile e sempre
nuovo - a seconda delle varie epoche storiche - del mistero di Cristo. E'
sempre il quarto evangelo a sottolinearlo: "molte cose ho ancora da dirvi,
ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo
Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutt'intera, perchè non parlerà
da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi
glorificherà, perchè prenderà del mio e ve lo annunzierà" (16,12-14).
Da tutto ciò derivano due
conseguenze:
-
Da un lato, dire che la teologia ha una dimensione pneumatologica, non
significa dire innanzi tutto che lo Spirito Santo è un oggetto tra gli altri
del discorso teologico. Certamente, la pneumatologia è un trattato che sta
comparendo nella teologia accademica, soprattutto per l'influsso positivo della
teologia ortodossa, che ha sempre mantenuto vivissima l'attenzione alla Terza Divina
Persona, diversamente dall'Occidente, dove lo Spirito Santo ha rischiato,
talvolta, di diventare il "Dio sconosciuto". Ma significa che lo
Spirito Santo è il principio che rende presente l'oggetto della teologia come
realtà sempre viva, sempre nuova, semper
indaganda. Lo Spirito Santo è
l'orizzonte soprannaturale della fede e della conoscenza teologica. Lo esprime
molto bene H. Muhlen quando dice ad esempio che: "La dottrina dello
Spirito Santo non è anzitutto una affermazione su di Lui, perchè solo in Lui è
possibile ogni affermazione teologica" [36].
-
D'altro lato, come la dimensione cristologica della rivelazione (e della
teologia) non si può dare senza quella pneumatologica; così la dimensione
pneumatologica non si dà scissa o indipendente da quella cristologica. Come
scrive il quarto vangelo, lo Spirito "non parla da sé", ma
"prende dal Cristo" (cf. Gv 16,12-15). Il punto di riferimento
normativo rimane l'evento storico ed escatologico di Cristo Gesù che lo Spirito
interiorizza, attualizza, penetra, interpreta e approfondisce. Senza lo Spirito
la Scrittura
resta lettera morta; senza Cristo lo Spirito degenera nel più pericoloso
soggettivismo entusiastico. Questo equilibrio tra dimensione cristologica e
dimensione pneumatologica vale non solo per la teologia ma per la concezione
stessa e la vita della Chiesa.
3.1.2.
lo Spirito Santo agente nell'uomo della conoscenza teologica
Oltre a questo profilo più generale,
si può dire anche che la teologia implica la dimensione pneumatologica proprio
in quanto è intellectus fidei. Come scrive Paolo, "chi
conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così
anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di
Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio
per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato" (1 Cor 2,11-12). Dunque, il
vero attore della conoscenza teologica in noi è lo Spirito Santo. Questa
dimensione "spirituale" (contemplativa, orante) della teologia, non
va opposta a quella razionale e intellettuale, ma ne costituisce come l'anima.
Basti ricordare due preziose sottolineature che San Tommaso fa in proposito.
- Innanzitutto, egli dice che ci
sono due modi di giudicare una realtà: "per modum cognitionis", cioè
attraverso la dottrina appresa su questa realtà; "per modum
inclinationis" o "per connaturalitatem", cioè attraverso la
conformità e la sintonia a quella realtà in quanto posseduta e sperimentata.
Ora, lo Spirito Santo, infondendo in noi la grazia divina, ci fa'
"con-naturali", ossia della stessa natura di Dio (cf 2 Pt 1,4). In questo senso,
chi vive nello Spirito Santo può giudicare "per connaturalitatem"
delle cose di Dio [37].
- In secondo luogo - strettamente
connesso al primo - San Tommaso parla dei doni dello Spirito Santo che rendono
la ragione umana, fide illustrata, in
grado di penetrare più profondamente nei misteri divini. Così l'intellectus, "qui nominat quandam
excellentiam cognitionis penetrandi ad intima" [38]; la scientia, "quae est quaedam
participativa similitudo" della "scientia divina quae non est
discursiva vel ratiocinativa, sed absoluta et simplex" [39] in
rapporto alle cose umane; e la sapientia,
il dono dello Spirito Santo, "quod respondet caritati". "Ille
qui cognoscit causam altissimam simpliciter, quae est Deus, dicitur sapiens
simpliciter: inquantum per regulas divinas omnia potest iudicare et ordinare.
Huiusmodi autem iudicium consequitur homo per Spiritum Sanctum: secundum illud
I ad Cor. 2,15: "spiritualis iudicat omnia"; quia, sicut ibidem (v.
10) dicitur: "Spiritus omnia scrutatur, etiam profunda Dei" [40].
Insomma - per dirla con von
Balthasar - non solo non si può
disgiungere teologia e santità [41], ma
anche l'esperienza dei mistici è autentico "luogo teologico", e può
contenere, almeno in nuce, un approfondimento delle verità di fede.
3.2.
La dimensione trinitaria
della teologia
Abbiamo visto come la teologia abbia
una dimensione cristologica e una dimensione pneumatologica ma non dobbiamo
dimenticare il Padre, che è sorgente e fine di ogni affermazione teologica così
come di ogni aspetto dell'esistenza umana e creaturale. Se è vero infatti che
per lungo tempo, soprattutto nella tradizione occidentale, è stato lo Spirito
Santo il Dio sconosciuto, oggi possiamo dire che molte volte è proprio la
teologia del Padre la dimensione della esistenza e della riflessione cristiana
che viene più trascurata! Infatti, mentre si sta affermando un trattato di
pneumatologia accanto a quello di cristologia, ancora non si può dire che vi
sia una riflessione sistematica e in certo modo conclusiva della teologia
stessa, intorno al mistero del Padre. Il Padre, infatti, non solo è all'inizio
del mistero della salvezza (cf. Ef 1,3; 2,4-7; Col 2,13ss; ecc.), ma è "Padre di tutti, è al di sopra di
tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti" (Ef 4,6), ed è il
punto di arrivo del movimento della salvezza: "quando tutto gli sarà stato
sottomesso, anche Lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso
ogni cosa, perchè Dio sia tutto in tutti" (1 Cor 15,28).
Né dobbiamo dimenticare che Dio si
rivela e si comunica a noi come Uni-Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.
L'Essere trinitario di Dio è infatti l'orizzonte della fede cristiana che
rivela pienamente all'uomo l'orizzonte ultimo della realtà increata e creata. E
dunque non solo la fede cristiana è costitutivamente trinitaria, ma trinitaria
dev'essere dal principio alla fine tutta la teologia cristiana: sia sotto il
profilo oggettivo, e cioè del
contenuto di fede che essa indaga, sia sotto il profilo soggettivo e cioè dell'atteggiamento e della dinamica del pensiero
e della ricerca che indagano questo compimento. E' questo lo specifico del Dio
cristiano e quindi lo specifico di quel pensare cristiano che è la teologia.
Di fronte a questo fatto fondamentale
la teologia cristiana si trova profondamente inadempiente. K. Rahner ha potuto
fare, alcuni anni fa, questa
affermazione per tanti versi sorprendente, ma non destituita di fondamento:
"i cristiani, nonostante la loro esatta professione della Trinità sono
quasi solo dei monoteisti nella pratica della loro vita religiosa. Si potrà
quindi rischiare l'affermazione che se si dovesse sopprimere, come falsa, la
dottrina della Trinità, pur dopo un tale intervento, gran parte della
letteratura religiosa potrebbe rimanere quasi inalterata" [42].
Affermazione che fà da contrappunto, a livello teologico, a quell'altra famosa
affermazione di carattere filosofico fatta di E. Kant: "Dalla dottrina
della Trinità, presa alla lettera, non è assolutamente possibile trarre nulla
per la pratica, anche se si credesse di comprenderla, tanto meno poi se ci si
accorge che essa supera ogni nostro concetto" [43].
In realtà, nella tradizione
teologica cristiana è ben viva la consapevolezza che il Dio trinitario è il Dio
originalmente cristiano: dai dogmi dei primi secoli attorno ai quali si
accesero decisive e vivaci battaglie, sino alle teologie trinitarie di un
Sant'Agostino, di un San Tommaso e dei teologi contemporanei. Ma ciò che Rahner
intende sottolineare è che non sempre la teologia cristiana ha avuto coscienza
che l'Evento trinitario dischiude non solo un nuovo volto di Dio ma una nuova
comprensione di tutto il reale e del pensiero stesso: se Dio è Trinità, è ovvio
che la creazione e, in primis, l'uomo
- creato a immagine e somiglianza di Dio - debbono essere compresi in una
prospettiva trinitaria. Questa affermazione fondamentale ha delle precise
conseguenze, di cui si prende oggi sempre maggiore coscienza nella teologia
contemporanea nella quale stiamo assistendo, come ha scritto Bruno Forte, a un
ritorno della Trinità dal suo "lungo esilio".
Innanzi tutto, ogni contenuto, ogni
tema della teologia deve essere letto in chiave trinitaria, il che significa,
nell'orizzonte della sua origine, della sua meta, e della sua struttura
intrinsecamente trinitaria. Proprio come ha fatto, a proposito del tema
ecclesiologico, il Vaticano II nella Lumen
Gentium, interpretando e presentando
il mistero della Chiesa in un orizzonte originalmente trinitario.Tutto questo,
sia pure in modo iniziale e legato alla cultura del loro tempo, avevano già
compreso, in una linea originale di tradizione, Sant'Agostino e, sulla sua
scia, San Bonaventura e la teologia francescana, quando vedevano nello spirito
dell'uomo e, in genere, in tutte le cose create un'impronta (imago o vestigium) della Trinità. Mentre San Tommaso stesso, soprattutto
nella sua opera giovanile, il commento alle Sentenze di Pietro Lombardo,
interpretava la creazione e la storia della salvezza, in profondità, come un
prolungamento delle processioni trinitarie, rinvenendo nella generazione eterna
del Figlio e nell'eterna spirazione dello Spirito la "ratio et causa" della creazione e della
redenzione delle creature.
In secondo luogo la teologia
contemporanea sottolinea che non è sufficiente vedere l'impronta del Dio
trinitario nelle singole realtà, nella loro origine e nella loro meta,
considerandole però in modo piuttosto statico e isolate le une dalle altre;
quanto piuttosto è necessario interpretarle trinitariamente nel loro dinamico farsi
e nel loro vicendevole rapportarsi. In altre parole, alla luce di un Dio che è
- come si esprime la tradizione - reciproco relazionarsi di Persone la cui vita
è Amore, bisogna comprendere, come ha scritto K. Hemmerle, che "tutto
raggiunge il proprio compimento e realizza la sua propria essenza entrando
nella propria relazionalità, nel proprio trascendimento di sé, nel suo
possedersi dando se stesso e nell'essere rivolto l'uno all'altro e l'uno per
l'altro" [44].
Ciò significa che l'orizzonte
trinitario di comprensione del mistero cristiano non dev'essere chiuso e
pregiudicato da categorie di pensiero e di lettura della realtà preconcette e
pre-trinitarie, ma piuttosto che esso deve dischiudere nuovi modelli e nuove
categorie di interpretazione della realtà, reagendo creativamente sul
patrimonio del pensiero pre-cristiano.Come ha scritto J. Ratzinger, nella
concezione trinitaria di Dio, "si cela un'autentica rivoluzione del quadro
del mondo: la supremazia assoluta del pensiero accentrato sulla sostanza viene
scardinata, in quanto la relazione
viene scoperta come modalità primitiva ed equipollente del reale. [45].
Secondo questa prospettiva ogni realtà
va compresa e messa in rapporto col tutto del mistero cristiano. Il che va
nella direzione di un superamento del pensiero oggettivante, per un pensiero
che sappia farsi costitutivamente accogliente dell'alterità dell'altro e che
però, nello stesso tempo, possa far propria questa alterità in modo rispettoso
e consono alla sua intrinseca verità. E
sottolinea anche che il pensiero per se stesso vive in una costitutiva
dimensione di esodalità che lo fa uscire da se stesso e che, al limite, in una
dinamica di tipo pasquale - sulla quale ritorneremo più avanti - implica il
superamento della sua stessa centratura sulla sua identità.
In altre parole, l'orizzonte
trinitario dischiude il primato e l'originalità della relazione e dell'intersoggettività
come chiave di lettura della realtà. Autori come von Balthasar, H. Muhlen, W.
Kasper ed altri sottolineano, perciò, che "una teoria dell'essere che
ponga quale realtà ultima la sostanza, lo stare in sé opposto e indipendente,
come pure una teoria ispirata alla reditio
in se completa, al circolo dell'uscita da sé e del ritorno a sé,
all'autocoscienza insomma, sono inadeguate al pieno recupero del modello
trinitario proprio della comprensione cristiana dell'essere" [46].
3. 3. Teologia della
croce e teologia
della gloria
Più che di una dimensione della
teologia si tratta di una dialettica costitutiva della conoscenza teologica in
quanto tale. Deriva dal fatto che l'esistenza cristiana è tutta quanta posta
sotto il segno della croce e della resurrezione di Cristo, e quindi è
costitutivamente segnata dalla oscurità della croce e dalla luminosità della
gloria del Risorto, che preannuncia la gloria definitiva del Regno. E questa
dialettica dell'esistenza cristiana coinvolge anche lo statuto stesso del
conoscere in Cristo.
1.
teologia catafatica e teologia
apofatica.
Già i Padri della Chiesa erano ben
consapevoli di questa identità profonda della teologia. San Leone Magno
scriveva ad esempio: "Il nostro intelletto, illuminato dallo Spirito di
verità, deve accogliere con cuore libero e puro la gloria della croce" [47].
Volendo significare che, anche a livello della conoscenza come dell'esistenza,
croce e gloria non sono mai separate, ma si implicano vicendevolmente.
Ma in senso tecnico l'espressione è
venuta in piena luce - ed è stata riscoperta
nella teologia contemporanea - soprattutto grazie all'uso polemico che
ne ha fatto Lutero. Nelle sue famose "conclusiones" (la 19 e la 20)
della disputa di Heidelberg (1518) egli affermava in modo programmatico:
"19.
Non ille digne Theologus dicitur, qui 'invisibilia Dei' 'per ea quae facta
sunt, intellecta conspicit",
"20.
Sed qui visibilia et posteriora Dei per passiones et crucem conspecta
intelligit".
Con una certa semplificazione,
dovuta all'intento polemico, Lutero contrapponeva una teologia della gloria
tutta intenta a penetrare nelle perfezioni invisibili di Dio attraverso i segni
di esse presenti nella creazione, a una teologia della croce impegnata a
scoprire il vero volto di Dio là dove esso si mostra in modo culminante e
paradossale per la conoscenza umana: nella croce di Cristo. In realtà, pur
essendo importante questa riscoperta luterana della centralità della croce
nella riflessione teologica, bisogna riconoscere che in tutta la grande
tradizione teologica cristiana è sempre stata viva la consapevolezza che per
conoscere Dio occorre passare attraverso la "stoltezza della
predicazione", e cioè che non si può giungere alla conoscenza della
gloria, se non passando attraverso la croce.
Il testo classico di questa tipicità
della conoscenza teologica cristiana è la prima lettera ai Corinzi di San Paolo, dove l'apostolo programmaticamente
afferma: "Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non
Gesù Cristo, e questi crocifisso" (2,2), indicando in Cristo crocifisso lo
scandalo per i Giudei e la stoltezza per i pagani, "ma per coloro che sono
chiamati (...), potenza di Dio e sapienza di Dio" (1,23-24). In questo
testo Paolo non solo oppone la sapienza della croce alla sapienza puramente
umana, che rende vana la croce di Cristo, ma anche sottolinea che l'accesso
alla vera "gnosi" di Dio si ha soltanto nella croce di Cristo.
Lo stesso concetto, espresso nella
teologia a lui propria, lo troviamo nel quarto vangelo, dove il Logos incarnato
di Dio si manifesta pienamente nell'ora dell'esaltazione: che è,
inscindibilmente, ora della crocifissione e ora della glorificazione. Mentre
von Balthasar fa' notare, richiamando la figura paradigmatica di Giobbe, il
paradosso della sapienza di Dio venuta nella carne che, al culmine della sua
esistenza, rivolge al Padre il grido drammatico del "perchè?" (cf. Mc
15,34).
Questa grande lezione del Nuovo
Testamento - che si riallaccia a quella dimensione cristocentrica della
teologia, di cui già abbiamo detto - è centrale nella più genuina tradizione
dei Padri della Chiesa, soprattutto orientali. Nella loro teologia, si afferma
con forza che alla via della conoscenza "positiva" delle perfezioni
di Dio (via catafatica), deve
necessariamente seguire (ed anzi essere ad essa strutturalmente connessa) la
via "negativa" del silenzio e della contemplazione di fronte
all'oscurità impenetrabile del mistero di Dio (via apofatica). In questa linea anche Sant'Agostino scriveva con la
sua consueta espressività: "Mi scoprii lontano da Te, nella regione della
dissomiglianza" [48].
E lo stesso si può dire della
tradizione medioevale. In essa, rifacendosi soprattutto alla grande lezione
spirituale di San Francesco e alla sua identificazione mistica col Cristo
crocifisso, San Bonaventura affermava che "ad Deum nemo intrat recte nisi
per Crucifixum" [49]; e,
parafrasando la teoria aristotelica del sillogismo, arditamente giungeva a
dire: "Maior propositio fuit ab aeterno, sed assumptio in cruce; conclusio
vero in resurrectione (...) haec est logica nostra, ut simus similes Deo" [50]. E
San Tommaso, riprendendo la lezione dei Padri, sottolineava che: "Nel
considerare le realtà divine si deve ricorrere soprattutto alla via della
negazione. La realtà divina, infatti, sorpassa con la sua immensità qualsiasi
idea che l'intelletto nostro sia capace di raggiungere: e quindi non siamo in
grado di apprenderla così da conoscerne la natura. Ma ne abbiamo una certa
nozione, conoscendo quello che non è. E tanto più ci avviciniamo alla sua
nozione, quanto più numerose sono le cose che possiamo escludere da Dio con il
nostro intelletto" [51]. Per
non dire del concetto di docta ignorantia di Nicolò Cusano, e di tutta
la tradizione mistica della teologia: dallo pseudo Dionigi l'Aeropagita sino
alla mistica renana e a quella carmelitana.
In questa linea, il Concilio
Lateranense IV (1215) con una bella formula ha ricordato che "tra il Creatore
e la creatura, non può esser colta una somiglianza senza che si avverta nello
stesso tempo tra loro una dissomiglianza ancora più grande" [52]. Se
una ragione si può dare a Lutero è quella che in questa linea più apofatica della teologia, che fa'
costantemente da contrappunto alla ricerca catafatica
di dire e pensare Dio con le parole umane, non sempre è stata così centrale la
figura, personale ed escatologica, del Cristo crocifisso. Una realtà che, nella
teologia contemporanea di tutte le
confessioni cristiane ha ritrovato una nuova e creativa centralità: basti fare
i nomi di Barth, Moltmann e Jungel per la teologia evangelica, di Bulgakov per
quella ortodossa, e di von Balthasar per quella cattolica.
2.
Centralità del mistero pasquale e sue conseguenze per la teologia
Il fatto che la teologia vive della
tensione dialettica tra croce e gloria, significa sostanzialmente affermare tre
realtà fondamentali e imprescindibili per il discorso teologico.
- Innanzi tutto significa
sottolineare che il centro del mistero cristiano è l'evento pasquale del Cristo
crocifisso e risorto. Non solo tutto il mistero cristiano è riassunto dal kerigma primitivo nell'affermazione:
"Gesù di Nazareth, il Crocifisso, è Risorto", ma tutta l'esistenza
cristiana è posta sotto il segno della partecipazione alla croce e alla
resurrezione di Cristo: dal suo inizio battesimale (cf. Rom 6) alla sua
pienezza eucaristica, sino alla sua consumazione nella morte come passaggio in
Cristo al Padre. Di più, è nel mistero pasquale che ci è rivelato in pienezza
il mistero trinitario di Dio, come mistero di amore del Padre che consegna il
Figlio, e del Figlio che consegna se stesso agli uomini, realizzando in questa
reciproca consegna il dono dello Spirito agli uomini. Così che si può affermare
che l'evento pasquale è atto trinitario per eccellenza, sintesi e chiave
ermeneutica del mistero cristiano nella sua dimensione più propriamente
teologico-trinitaria e antropologico-storica.
- In secondo luogo, significa
affermare che la stessa conoscenza teologica ha uno statuto e un ritmo
intrinsecamente pasquale. Potremmo dire che il conoscere dell'uomo deve subire
una sorta di "crocifissione", che vuol dire purificazione, esodo,
trascendimento, per poter essere afferrato e ricreato dallo Spirito di Cristo,
che lo conduca a penetrare nelle profondità di Dio. In questo senso, il momento
apofatico, cioè del deserto, del
silenzio, dell'oscurità, non sono soltanto un espediente tecnico per accedere
alla conoscenza di Dio, ma un momento necessario e intrinseco dell'ascesa
teologica verso il suo mistero.
- Infine, significa che la teologia
deve essere vissuta in un contesto di vita cristiana che prende sul serio,
esistenzialmente, la sequela del Cristo crocifisso. E' una questione di
coerenza tra l'essere e il pensare, tra l'essere e il dire. Per questo, la
grande tradizione teologica ha sempre affermato che la teologia nasce sul
terreno di oratio, meditatio (...actio...) e tentatio.E' così che la teologia sfugge
al pericolo di perdere il senso del mistero di Dio, di inaridirsi in un
concettualismo vuoto, e di indulgere a un falso e superficiale trionfalismo.
3. 4.
la dimensione antropologica
della teologia
E' una dimensione che, nella sua
consapevolezza profonda ed esplicita è venuta in luce soprattutto a partire
dalla riflessione teologica di K. Rahner o, se vogliamo, in maniera più remota,
a partire dalla cosiddetta svolta verso la soggettività, che caratterizza il
pensiero moderno occidentale (Cartesio e soprattutto Kant). In tempi recenti è
anche nato attorno a questo tema tutto un dibattito che ha visti contrapposti
tra di loro, in maniera anche abbastanza vivace, K. Rahner e von Balthasar per
l'esatta comprensione di questa dimensione della teologia e del mistero cristiano in se stesso.
Nel suo famoso libro Solo l'amore è credibile, von Balthasar
ha contrapposto a una spiegazione teocentrica della teologia in cui Dio è il
soggetto e la misura delle affermazioni teologiche, una spiegazione
cosmocentrica e una antropocentrica nella quale, a seconda dei casi, il mondo o
l'uomo diventano la misura di ciò che Dio rivela.
In realtà, Rahner non ha mai voluto
affermare qualcosa di simile e probabilmente von Balthasar si riferisce in
queste sue affermazioni a posizioni che si rifanno più a teologie come quella
di Bultmann che a quella di Rahner. Quest'ultimo, infatti, sosteneva che
l'antropologia, e cioè la considerazione teologica dell'uomo, non è solo un
trattato tra gli altri all'interno della teologia, ma che la considerazione
antropologica tocca tutte le affermazione teologiche in quanto tali. In questo
senso, Rahner ha potuto affermare che "l'antropologia diventa il luogo che
include tutta la teologia" [53]. Non
nel senso che la teologia si riduca ad antropologia (sarebbe la posizione di
Feuerbach), ma nel senso preciso che "affrontando qualsiasi argomento
teologico affrontiamo insieme le condizioni necessarie della sua conoscenza nel
soggetto teologico e mostriamo che esistono tali condizioni aprioristiche per
la conoscenza di questo oggetto; tali condizioni implicano ed affermano già di
per sé qualcosa circa l'oggetto, il modo, i limiti e il metodo della sua
conoscenza" [54].
Questa affermazione di carattere
piuttosto formale ha certamente un grande valore, purché non venga
assolutizzata: la rivelazione di Dio è la risposta alla domanda dell'uomo, a
ciò che l'uomo cerca; se l'uomo non Lo cercasse e non Lo attendesse, Dio non
avrebbe senso e valore per l'uomo, né potrebbe essere conosciuto e accolto
dall'uomo. Ma la risposta che Dio dà all'uomo supera infinitamente la domanda
stessa dell'uomo, altrimenti Dio non sarebbe più Dio, ma sarebbe ridotto alla
misura dell'uomo. E, d'altra parte, il dono stesso che Dio fà di Sé implica una
dilatazione della capacità e delle potenzialità recettive dell'uomo stesso,
come sottolinea la dottrina tradizionale della grazia.
1.
Dio parla all'uomo
Innanzi tutto, quando Dio parla,
quando si rivela, quando si dona, Egli parla, si rivela, si dona all'uomo. Quindi, tutte le affermazioni
teologiche toccano direttamente o indirettamente l'uomo: sia in quanto si
rivolgono a lui (in un modo o in un altro...= in quanto è uomo)), sia in quanto
hanno lo scopo di salvare l'uomo donandogli la comunione con Dio. E' il pro nobis della rivelazione cristiana,
che deve essere congiunto organicamente all'extra
nos dell'atto con cui Dio si rivela. In questo senso, non c'è contrasto o
competizione tra la divinità di Dio e l'umanità dell'uomo. Anzi, la divinità di
Dio si mostra, in definitiva, come la garante dell'umanità dell'uomo.
Come afferma sinteticamente in modo
luminoso Ireneo di Lione, nel famoso assioma che riassume un pò tutta la
tradizione patristica: "La gloria di Dio è l'uomo vivente". Così, uno
dei compiti fondamentali della teologia - soprattutto oggi - sembra proprio
quello di mostrare che tra teocentrismo e antropocentrismo, non c'è
competizione ma rapporto e reciproco richiamo. E' proprio il cristianesimo che
mostra questa reciprocità. Giovanni Paolo II, in relazione all'insegnamento del
Concilio Vaticano II, ha potuto affermare: "quanto più la missione svolta
dalla Chiesa si incentra sull'uomo, quanto più è, per così dire,
antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi
teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre le
varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e
continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il
teocentrismo e l'antropocentrismo, la
Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli
nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei
principi fondamentali e forse il più
importante del Magistero dell'ultimo Concilio" (Dives in misericordia,
1). Il che comporta anche il superamento di una logica di pensiero che potremmo
definire conflittuale o dell'aut-aut,
per una logica del pensiero che, in relazione a quanto già detto, potremmo
definire relazionale o trinitaria, una logica dell'et-et.
2.
Dio parla come uomo
In secondo luogo, non solo Dio parla
all'uomo ma gli parla come uomo. L'espressione è di von
Balthasar, in un suo famoso saggio: Gott
spricht als Mensch [55]. Ciò
significa sostanzialmente due cose, entrambe fondamentali.
- "Se Dio si rivela all'uomo,
se Dio dice a lui una parola divina, ciò accade in parole umane", perchè
"Dio non può parlare all'uomo altrimenti che con parole che l'uomo
capisca, e che sono quindi parole umane" [56]. Ciò
implica che il linguaggio umano è la condizione trascendentale di possibilità del rivelarsi di Dio. Anzi,
più profondamente e in radice, che l'uomo stesso è la "possibile
grammatica di un'autocomunicazione di Dio stesso" (Rahner).
- Ciò sottolinea anche che la parola
definitiva di Dio all'uomo è il Verbo di Dio fatto... uomo! In questo senso la
dimensione antropologica della teologia ha un fondamento cristologico. Scrive
von Balthasar: "Se Dio si fà uomo, l'uomo come tale diviene allora
espressione valida e autentica traduzione del divino mistero (...). Per Dio non
sussiste alcuna necessità di servirsi dell'uomo per rivelare se stesso; ma se a
ciò Egli si risolve e ciò compie in una incarnazione, allora tutte le
dimensioni umane, note e ignote, vengono appellate a dare espressione alla
persona assoluta e assunte al servizio di essa. Così la religione cristiana,
sebbene, vista sociologicamente, essa sia 'una' tra le altre religioni, dovrà
necessariamente coincidere pure con l'umanesimo totale, e solo con la
rivendicazione di questo titolo essa può essere riconosciuta veramente come
cattolica" [57].
3. 5. la
dimensione mariale della
teologia
E sempre in questa linea, e quasi
come compendio di tutto quanto siamo venuti dicendo, potremmo parlare di una
dimensione intrinsecamente mariale
della teologia, sia sotto il profilo del contenuto che sotto quello della forma
della teologia. Non solo perchè Maria si presenta - scrive Evdokimov - come
"il dogma vivente, la verità sulla creatura realizzata" [58], ma
anche perchè rappresenta il paradigma della fede, rivelandone la profonda
struttura "sponsale" [59].
Dal punto di vista del contenuto
della teologia, bisogna infatti riflettere sul fatto che Maria, Immacolata e
Assunta, rappresenta la sintesi e l'anticipazione già realizzata della
rivelazione di Dio sulla vocazione dell'umanità come Chiesa. Mentre, dal punto
di vista della teologia come esplicitazione dell'atto di fede, non bisogna
dimenticare che "la verità di Dio non sarebbe, con Gesù Cristo, venuta
escatologicamente e definitivamente nella storia se, nello Spirito Santo che ci
ricorda ogni volta nuovamente Gesù Cristo e che ci conduce verso la verità tutta
intera (Gv 14,26; 16,13), non fosse stata ricevuta e confessata pubblicamente
dalla comunità dei fedeli. In Maria e nel 'sì' senza riserve nei confronti
della volontà salvifica di Dio che Lei ha pronunciato per tutto il genere
umano, la Chiesa
vede l'archetipo del proprio 'sì' nella fede" [60].
In questo senso, la marianità, lungi
dall'essere una dimensione devozionale o accessoria della teologia, ne
rappresenta un'intrinseca dimensione. Tanto che Newman considerava Maria come
modello dell'accogliere e del meditare gli eventi salvifici di Dio, così come
ce la mostra l'evangelista Luca (2,19.51). Mentre R. Guardini rimandava alla
mariologia come luogo ermeneutico per accedere a un'equilibrata e saporosa
conoscenza del mistero cristiano: "Vogliamo conoscere un albero nella sua
natura? Guardiamo in terra, dove giacciono le sue radici. Dalla terra sale a
lui la linfa: al tronco, ai rami, ai fiori, ai frutti. Così è ben giusto
spingere lo sguardo nel terreno e nel fondo, onde si eleva la figura del
Signore: Maria sua madre" (Il Signore, Morcelliana...). Tanto più che
Maria, oltre ad essere la radice, è anche il frutto primo e pieno della
salvezza venuta da Cristo.
E' proprio Maria, infine, come nota
E. Stein, che mostra alla teologia odierna - forse troppo modellata in passato
su moduli di comprensione prevalentemente se non esclusivamente maschili - la
via di una conoscenza integrale, non solo concettuale e analitica, "quanto
contemplativa e sperimentale, orientata verso il concreto" [61], non
solo maschile ma anche femminile. Additando così, ancora una volta, alla
teologia hominis viatoris, in attesa del gratuito e imprevedibile compimento, la via
maestra dell'amore come reciprocità sponsale: "l'amore in senso pieno va'
da persona a persona (...). Il donarsi tende a diventare uno, e giunge alla
perfezione solo quando è accettato dalla persona amata. In tal modo per il suo
completamento, l'amore richiede il dono reciproco delle persone. (...) Solo
identificandosi è possibile la vera conoscenza. L'amore quindi in questa alta
realizzazione include la conoscenza piena" [62].
[1] "Quisquis igitur Scripturas divinas vel
quamlibet earum partem sibi intellexisse videtur, ita ut eo intellectu non
aedificet istam geminam charitatem Dei et proximi, nondum intellexit" (Sant'Agostino, De doctrina christiana, 1, 36, 40).
[3] G. Ebeling, Wort und Glaube, I, p.
454.
[4] Si
consiglia la lettura/assimilazione dell’"Istruzione sulla vocazione
ecclesiale del teologo" (1990) oltre ai due documenti della Commissione
Teologica Internazionale: "L'unità della fede e il pluralismo
teologico" (1972), e "L'interpretazione dei dogmi" (1990).
[5] Cf.
Repubblica, II, 379a; Metafisica, A 983b 29, B 1000a 9.
[6] Cf.
Metafisica 1026a 19, K 1064b 3.
[7] Secondo
l'accezione neotestamentaria del termine: cf. Col 1,25ss; Ef 3,9.
[8] De Civitate Dei, VIII, 1.
[9] Scrive
in proposito W. Pannenberg: "Tale connessione di una tradizione religiosa
col generale pensiero filosofico, quale si era configurato in Grecia, ha dato
luogo al carattere affatto singolare di ciò che nel cristianesimo si è
sviluppato come teologia"; "la storia del concetto indicato dal
termine 'teologia' in seno al cristianesimo costituisce anche una prova della
stretta connessione del pensiero cristiano con la filosofia (...). Nello sfondo
si nota l'interesse costitutivo del pensiero cristiano inteso a raggiungere la
piena consapevolezza della sua verità sul piano del pensiero in generale"
(Epistemologia e teologia, cit., p.
17-19.).
[10] La teologia come compagnia, memoria e
profezia.
[11] Per
un approfondimento del rapporto tra carità e teologia cf. il Discorso di
Giovanni Paolo II al Convegno, La carità
come ermeneutica teologica e metodologia pastorale, raccolta in La carità. Teologia e pastorale alla luce di
Dio-Agape, a cura del P.I.P. della PUL, EDB, 1998.
[12] De Trinitate,
8,8,12.
[13] Esperienza sociale dello Spirito come
risposta a una teologia unilaterale, in "La riscoperta dello Spirito
Santo", Jaca Book, Milano 1977, pp. 287-308, qui p. 303.
[14] CTI, Interpretazione dei dogmi, B, 1, p. 154.
[15] Cf. S. Th., I, q. 1 a 2.
[16] L'enciclica
di papa Montini, parla inoltre con
grande chiarezza e maestria dei vari dialoghi in cui si deve esprimere l'unica
tensione evangelizzatrice della Chiesa, espressa nella sua volontà e nella sua missione
di dialogo con gli uomini, quali "cerchi concentrici intorno al centro, in
cui la mano di Dio ci ha posti: primo cerchio - tutto ciò che è umano; secondo
cerchio - i credenti in Dio; terzo cerchio - i credenti in Cristo".
[17] Scrive
in proposito B. Forte: "Col porre il capitolo sul popolo di Dio prima di
quelli sulla gerarchia e il laicato nella 'Lumen Gentium', il Vaticano II ha
operato un'autentica 'rivoluzione copernicana': l'antropologia di grazia, cioè
la vita secondo lo Spirito, condizione del cristiano, precede ogni
articolazione e varietà all'interno di essa e unisce i battezzati fra loro
nell'atto stesso in cui li fa diversi il mondo" (Laicato e laicità, Genova
3a 1987, 81.)
[18] Ibid.
11-12.
[19] Per
un primo ragguaglio storico dell'evoluzione ecclesiologica cf. AA.VV.
L'ecclesiologia dal Vaticano I al Vat II, Brescia 1973.
[20] Cf.
CONGAR Y-M. "Appartenere alla Chiesa" in 'Concilium' 8 (1981).
[21] Segretariato
per l'unità dei Cristiani, L'ecumenismo
nell'insegnamento della teologia, EV 10/1001). Questi stessi principi sono
ribaditi nel nuovo Direttorio per l'E...n° ?.
[22] Orientamenti
e norme (15.8.1972) La preparazione al
sacerdozio ministeriale, 204, E CEI 1/4482.
[23] E'
evidente qui l'accettazione del principio luterano, che è poi essenzialmente
evangelico, sempre presente e attuale in ogni tornante decisivo della storia
della Chiesa: "Ecclesia semper reformanda"!
[24] SESBOUE' B., Pour une theologie écoumenique, Paris 1990, 48).
[25] Declaratio
Finalis 'La Chiesa celebra i Misteri di
Cristo', 7, EV 9/1808.
[26] Cereti
(p. 96ss) parla di 'conversione intellettuale' all'E.
Del resto "Il concilio
Vaticano II vuole anche che l'insegnamento della teologia sia compiuto
valorizzando l'aspetto ecumenico. Si insegni pertanto ad approfondire il
messaggio evangelico non contro qualcuno, ma nel dialogo con tutti. E'
importante che "i futuri pastori e i sacerdoti conoscano bene la teologia
accuratamente elaborata in questo modo, e non in maniera polemica, soprattutto
per quanto riguarda le relazioni dei fratelli separati con la Chiesa cattolica"(UR
10). Si abbia cura di conoscere le comunità ecclesiali separate dalla sede
apostolica e le principali religioni non cristiane (cf. OT 16; RaF 80).
(Orientamenti e norme 15.8.1972 La
preparazione al sacerdozio ministeriale, 204, E CEI 1/4482).
[27] Rahner,
in realtà, aggiunge a questa formula anche un "viceversa" che ha
suscitato un ampio dibattito.
[28] Cfr.
CTI, Teologia - Cristologia - Antropologia,
in "La Civiltà
Cattolica ", 134 (1983), vol. I, n. 3181, I, C. 2.
[30] I,10.
[31] Commento al Vangelo di S. Giovanni, I,1.
[32] Söhngen, op. cit., p. 527.
[33] Ibidem,
p. 528.
[34] Ibidem,
p. 527.
[35] Cf. 1 Tim 6,20; 2 Tim 1,12.14.
[36] L'evento Cristo come atto dello Spirito,
in Mysterium Salutis, 6, p. 646.
[37] Cf S. Th, IIa IIae, q. 45,
a 2).
[38] IIa,
IIae, q. 8, a1, ad 3.
[39] q.
9, a 1,
ad 1.
[40] q.
45, a 1,
corpus.
[41] Cf.
L'unità fra teologia e spiritualità e
L'unità delle scienze teologiche, in Con
occhi semplici. Verso una nuova coscienza
cristiana, Herder-Morcelliana, Brescia 1970, p. 11-48; Teologia e santità, in Verbum
caro. Saggi teologici I, Morcelliana, Brescia 1970, p. 200-229.
[42] Mysterium Salutis, 3, p. 404.
[43] Il conflitto delle facoltà, Genova 1953,
p. 57.
[44] Tesi di ontologia trinitaria,
Città Nuova, Roma 1986, p. 54.
[45] Introduzione al cristianesimo,
Queriniana, Brescia 1969, 6a ed., 140-141.
[46] K.
Hemmerle,Tesi di ontologia trinitaria,
Roma 1978, 36.
[47] Discorso VIII° sulla passione del Signore,
PL 54, 340.
[48] Confessioni, VII, 10, 16.
[49] Itinerarium mentis ad Deum, prol. 3 et
3.
[50] Collationes in Hex., 28 et 30.
[51] Summa contra gentes, XIV.
[52] DS
806.
[53] Mysterium Salutis, vol. 4, 12.
[54] Ibidem, 12.
[55] In
Verbum caro, tr. it., Morcelliana,
Brescia 1975, 3a ed., 80s.
[56] K.
Hemmerle, Tesi di ontologia trinitaria...
p. 15-16.
[57] Verbum caro, cit., p. 81.
[58] P.
Evdokimov, La donna e la salvezza del
mondo, p. 216.
[59] Cf.
M. Bordoni, Gesù di Nazareth, vol. III, p. 567.
[60] CTI,
Interpretazione dei dogmi, B, III, 1, p.
158-159.
[61] E.
Stein, La donna. Il suo compito secondo
la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 1987, 52.
[62] E.
Stein, Essere finito ed Essere infinito, Città Nuova, Roma 1988, 466.
Nessun commento:
Posta un commento
lasciate un commento