sabato 17 ottobre 2009

TdB- Pa - Villagrazia - Introd teologia 09

INTRODUZIONE alla TEOLOGIA

1. La teologia: sua definizione e collocazione
1.1. teologia come scienza della fede.
1.2. pluralismo in teologia e pluralismo delle T.

2. Natura e caratteristiche della T.
2.1. Il termine teologia.
2.2. T conoscenza per fede della speranza nell'amore.

3. Le dimensioni tipiche della T.
3.1. La dimensione cristologica e pneumatologica
3.2. La dimensione trinitaria
3.3. Teologia della croce e della gloria.
3.4. La dimensione antropologica
3.5. La dimensione mariale

4. Metodi e modelli di Teologia
4.1. Il modello gnostico-sapienziale dei Padri
4.2. La T intellectus fidei: fides qua e fides quae.

5.Alcuni problemi e prospettive della teologia cattolica odierna
5.1. Inculturazione e T: Verso una ‘Teologia dei terzi mondi’.
5.2. Rapporto Scrittura - Tradizione - Magistero.


INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

B. FORTE, La teologia come compagnia, memoria e profezia. Introduzione al senso e al metodo della teologia come storia, EP, Roma 1987.
CODA P., Teo-logia. La parola di Dio, nelle parole dell’uomo, Mursia 1997; 2005.
T = Teologia/e, teologo (a seconda dei contesti...)

PREMESSA

l'oggetto specifico della IT è la natura e il metodo della teologia come conoscenza scientifica.

1. LA TEOLOGIA: sua definizione e collocazione

domanda: la teologia in quanto tale si può definire ed esercitare come una scienza, una disciplina scientifica?
vi è una sola disciplina teologica o vi sono più discipline teologiche? Di conseguenza, vi è un solo metodo teologico oppure vi sono più metodi teologici, ciascuno connesso con una diversa disciplina teologica? E, infine, si può davvero parlare di la teologia, cioè di una teologia, o bisogna piuttosto parlare di molte e diverse teologie?

1.1. Teologia come scienza della fede

I due termini, scienza e fede sembrano entrambi essenziali per definire la teologia in quanto tale.
In che senso si può parlare di una scienza della fede? E' possibile, in realtà, parlare di una scienza della fede? In effetti, la fede non è qualcosa che per definizione sfugge alla presa non solo di una verifica di carattere empirico e dunque anche scientifico (nel senso moderno, positivistico del termine), ma che in senso proprio sfugge anche alla presa della razionalità? E, ancora, è davvero necessaria una scienza della fede o essa è dannosa oltreché impossibile, in quanto la fede è qualche cosa di pienamente sovrarazionale e mistico, e introdurre l'elemento della razionalità all'interno della fede significherebbe snaturarne il significato e il contenuto più profondo?

[Due scogli (rischi/sfide): fideismo + razionalismo]

All'interrogativo di sopra occorre rispondere che la caratteristica stessa della fede cristiana e del suo contenuto centrale, e cioè l’Incarnazione del Figlio di Dio, esige una scienza della fede. La natura, come insegna San Tommaso, non è distrutta ma perfezionata dalla grazia, e dunque anche la ragione umana non è distrutta dalla fede ma da essa gratuitamente assunta, purificata, perfezionata e trascesa.

1.2. Pluralismo in teologia e pluralismo delle T

La domanda è d'obbligo: esiste la teologia o esistono le diverse discipline teologiche e le diverse teologie, per cui parlare di teologia è fare una indebita semplificazione, una astrazione ingenua e idealistica?
a) Unità della teologia e pluralismo delle discipline teologiche e dei metodi teologici.

Facciamo alcune costatazioni:
-le diverse discipline sconfinano le une nelle altre (la teologia sistematica, ad esempio, non può fare a meno dell'esegesi e della storia dei dogmi, né quella morale della dogmatica, e così via). In questo contesto va posto il problema (mai risolto) dell'interdisciplinarietà.
-esiste una duplice tensione: la tensione tra l'aspetto storico e l'aspetto sistematico; e quella tra l'aspetto teoretico e l'aspetto pratico o, come oggi si usa dire, tra ortodossia e ortoprassi. (la Teologia è in cantiere...si diceva all’indomani del Concilio!- ma questo cantiere è destinato a rimanere ancora aperto...)
-occorre, dunque, cercare di cogliere il centro della fede (la "concentrazione della fede", rappresenta uno degli elementi fondamentali per l'annuncio, la trasmissione e l'educazione alla fede...).
- Sia l'aspetto storico che quello sistematico sono in effetti essenziali alla teologia e in certo modo sono irriducibili l'uno all'altro.
L'aspetto storico è essenziale in quanto la fede, e di conseguenza la teologia, si basano su un evento storico: la rivelazione di Dio all'uomo nella storia e come storia e, in modo culminante e definitivo, nell'evento storico di Gesù Cristo.
D'altra parte anche l'aspetto sistematico è necessario, perchè, se l'aspetto storico pone la questione del 'com'è stato' (= la verità storica di un evento), la sistematica pone la questione del 'come è' (= verità dogmatica) ; pone la questione della verità della fede da credere qui-ora-da me.
Un'analoga tensione la possiamo ritrovare tra l'aspetto teoretico e l'aspetto pratico della teologia. La verità della fede, e dunque anche quella della teologia, non può essere scissa dalla vita e dalla prassi, anzi ne è l'anima, come il centro propulsore. Il Nuovo Testamento, in questo senso, è chiarissimo: Paolo, ad esempio, parla del "fare la verità nella carità" (cf Ef 4,15), della "fede che opera per mezzo della carità" (cf Gal 5,6), e così Giovanni dice che colui che "fa la verità viene alla luce" (cf Gv 3,21) e afferma che i discepoli conosceranno "la verità e la verità vi farà liberi" (cf Gv 8,32).
La aleqhia cristiana che è Cristo stesso (cf Gv 14,6) non è solo qualcosa che si conosce ma qualcosa che, investendo la vita del discepolo, occorre "fare" nella esistenza. Così la teologia ha per oggetto non solo l'ortodossia, e cioè la retta dottrina, la retta fede, ma anche l'ortoprassi, cioè la retta esistenza ed azione, senza che l'una si possa ridurre semplicisticamente all'altra. Dunque, oltre alla verità storica e alla verità dogmatica c'è una verità etica o esistenziale della fede, e la teologia in quanto tale deve affrontarla.
Da questo pluralismo di dimensioni che si esprime nel pluralismo delle discipline (discipline di carattere storico, di carattere sistematico e di carattere pratico), discende anche il pluralismo dei metodi di cui deve far uso il teologo.
La metodologia propria della teologia nasce allora proprio dal dover rispondere a questa domanda: cosa significa che la fede "sta sotto" e informa di sé i vari metodi di cui fà uso la teologia? Qual è il luogo della Scrittura nell'insieme della teologia? Qual è la relazione tra Scrittura e Tradizione? Quale il ruolo del Magistero della Chiesa in riferimento alla Scrittura, alla fede, alla teologia?

b) L'unità della teologia e il pluralismo delle teologie

C'è un'altra sfida che è posta alla teologia odierna: essa viene dal pluralismo delle teologie. E' un dato di fatto del nostro tempo, basti pensare alla differenza tra la teologia di K. Rahner e quella di H. U. von Balthasar, o alla differenza, in campo evangelico, tra K. Barth e la sua teologia dialettica e P. Tillich e la sua teologia della correlazione...
varie teologie del "genitivo", da quella politica a quella della liberazione, o anche alle teologie contestualizzate nelle diverse Chiese e nelle diverse aree geografico-culturali: oggi si parla di una teologia nera, di una teologia asiatica, africana ecc....

la Chiesa ha conosciuto una grande pluralità di teologie. A partire dal Nuovo Testamento dove -a prescindere dal diverso valore normativo degli scritti in esso contenuti rispetto a ogni successivo testo dogmatico e anche teologico - vi sono diverse prospettive teologiche: quella di Paolo, quella di Giovanni, quella della lettera agli Ebrei... per non dire dello stesso Vangelo "quadriforme". E poi nel periodo patristico, dove si distinguono diverse scuole e tradizioni, fin dal l'inizio: la scuola di Antiochia e la scuola di Alessandria, e poi soprattutto la tradizione orientale e la tradizione occidentale. Ed anche nel periodo scolastico che, nonostante le apparenze, è un periodo vivacissimo ed estremamente ricco di scuole T: vittorini, agostiniani, francescani, domenicani, tomisti, scotisti. Ancora, la diversità di impostazione teologica e la dialettica di pensiero tra San Tommaso e San Bonaventura, che pure sono teologi dello stesso periodo storico e anche santi.
I motivi che hanno provocato l'esplosione del pluralismo della teologia nella Chiesa cattolica sono fondamentalmente tre.
1) l'influsso dei diversi teologi protestanti e ultimamente anche ortodossi. Un fatto, dunque, connesso col movimento ecumenico che rappresenta senza dubbio uno degli elementi nuovi dell'orizzonte ecclesiale del nostro secolo: un elemento nuovo e largamente positivo.
2) l'influsso delle diverse filosofie moderne.
Anche qui ci sono degli elementi positivi: il cammino del pensiero umano è inesauribile e non bisogna fossilizzarsi, assolutizzando un determinato stadio del pensiero. San Tommaso stesso è stato un grande innovatore, quasi rivoluzionario, perchè ha introdotto la filosofia aristotelica all'interno della teologia che, fino a quel momento, era soprattutto debitrice del pensiero platonico. Vero discepolo di San Tommaso non è il ripetitore del maestro, ma colui che in fedeltà alla tradizione sa innovare. Ma anche qui vi sono forti aspetti negativi. Là dove si è giunti a un rifiuto globale e preconcetto del passato, delle irrinunciabili acquisizioni della philosophia perennis, sboccando nel relativismo, oppure sostenendo la inutilità o anche la dannosità di un pensiero di tipo metafisico come aiuto (o meglio dimensione intrinseca) del pensiero teologico.
3) Un terzo elemento è stato determinato dall'impatto con le culture extra-europee. La fine dell'eurocentrismo come fatto culturale, da un lato, ha messo in crisi anche un modello di teologia un pò semplicisticamente e ingenuamente considerato universale e assoluto;
La sfida lanciata al T consiste nel salvaguardare l'originalità della teologia cristiana (non cedere al relativismo, al sincretismo), senza perdere la dimensione del Dialogo...
Il problema centrale è quello di come si possa salvare l'unità della confessione ecclesiale nonostante e per certi versi (quando il pluralismo è sano) nella situazione pluralistica della teologia di oggi. Il problema dovrà essere affrontato in sede di metodologia teologica, che deve perciò riflettere sulla legittimità e sui limiti del pluralismo teologico salvaguardando la dimensione di verità e di unità della teologia stessa .


2. NATURA e CARATTERISTICHE della T

Per offrire una prima presentazione della natura e delle caratteristiche della teologia, tocchiamo due punti:
 significato del termine "teologia";
 definizione classica di teologia come "intellectus fidei";
Letteralmente, il termine teologia significa: "discorso di Dio", dove il genitivo "di Dio" ha sia il significato di un genitivo oggettivo sia quello di un genitivo soggettivo. Come genitivo oggettivo significa che la teologia ha Dio come proprio oggetto di studio; come genitivo soggettivo significa che Dio è il Soggetto del discorso della teologia.
il discorso che l'uomo - nella Chiesa e come Chiesa - fa' su Dio a partire dalla Parola (logoj) che Dio stesso ha comunicato di Sé all'uomo, in modo singolare e definitivo, in Cristo.
a. Nel Nuovo Testamento il termine non è presente. Al massimo si trovano alcuni termini (come gnôsij = conoscenza; sofia = sapienza; fronesij = pensiero; sunesij = intelletto), che gli possono essere assimilati. La gnôsij è distinta dalla semplice fede (pistij), rappresentandone una penetrazione di tipo anche intellettuale.
b. Nella tradizione greco-romana, possiamo invece trovare tre distinte accezioni del termine teologia: quella mitologica, quella filosofica e quella cultuale.
- In Platone e Aristotele il termine teologia viene criticato perchè assimilato a un discorso di tipo mitologico sugli dèi, che non giunge alla chiarezza razionale propria del logos. "Teologi", in questo senso, sono ad esempio definiti Omero, Orfeo, Esiodo, che spiegano l'origine del mondo in relazione alle opere degli dèi .
- In Aristotele, però, troviamo anche un uso positivo del termine teologia come sinonimo di "filosofia prima", quella parte, cioè, della metafisica (distinta dalla fisica e dalla matematica), che considera i principi primi dell'essere e risale alla "causa prima" . In questo contesto teologia è sinonimo di teologia "filosofica", quella teologia fatta in base alla sola ragione,
- Il terzo uso, anch'esso positivo, del termine teologia lo ritroviamo nella Stoà, col significato di "parlare agli dèi nel culto", ed è attestato da Varrone nelle sue Antiquitates rerum humanarum et divinarum, e riportato da Tertulliano, Eusebio di Cesarea e Agostino. Quest'ultimo, nel De Civitate Dei (VI, 5), distingue tra teologia mitica o favolosa, teologia naturale o fisica e teologia civile o politica.

L'uso del termine teologia in senso propriamente cristiano, come conoscenza di Dio in Cristo, è attestato in primo luogo nella tradizione dell'Oriente cristiano. Ne troviamo degli accenni già in Origene (III sec.), che usa anche il termine theoría (= contemplazione) e poi nella Scuola alessandrina. Questo uso si afferma in modo netto con Eusebio di Cesarea (IV-V sec.), che scrive un'opera intitolata appunto De theologia ecclesiastica, dove teologia significa la conoscenza della vera dottrina su Dio rivelata in Cristo e da accogliere nella fede. Nella tradizione orientale si afferma anche una distinzione che diventerà classica: quella tra theologhía, in senso stretto, e oikonomía. Dove il primo termine indica la dottrina della divinità di Cristo e della Trinità, per cui oggetto della theologhía è Dio in Sé, nella sua infinita e misteriosa trascendenza; e il termine oikonomía (da oikoj, casa, e nomoj, legge = governo della casa e, in genere, della natura, della storia, ecc.) significa il disegno della salvezza di Dio operato nella storia .

La tradizione occidentale esita molto di più di quella orientale nell'uso del termine teologia. Sant'Agostino preferisce la designazione: "ratio sive sermo de Divinitate" ; Boezio usa il termine in senso aristotelico; nell'alto Medioevo prevalgono le designazioni: "doctrina christiana", "sacra pagina", "sacra Scriptura", "sacra doctrina". L'introduzione del termine e del concetto di teologia è legata, tra il XII e il XIII sec., a due fattori: l'ingresso di Aristotele nella cultura cristiana, e la fondazione e l'organizzazione delle università, dove è introdotta la "facultas theologiae", e la teologia viene presentata come "scientia" e "scientia" principe tra tutte le altre discipline.

2.2. La teologia conoscenza per fede, nella speranza e dell'Amore.


prima lettera di Pietro 3,15: "Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti a rispondere (apologia) a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza (elpis) che è in voi". Qui, l'Apostolo sottolinea due elementi importanti:
• La teologia è logos, ratio della speranza che è nel credente. Non solo della fede, dunque, ma anche del senso ultimo, escatologico dell'esistenza cristiana, che non è ancora dato in compiutezza all'interno dell'esperienza di fede, ma che è già presente come inizio e come caparra dentro l'esistenza cristiana.
• La teologia è apologhía, cioè risposta a chi domanda, in quanto nasce dalla interrogazione dell'ambiente circostante, perchè la speranza evidente nell'esistenza dei credenti fà questione, suscita meraviglia e interrogazione .
Questo rapporto tra teologia e speranza = la teologia deve continuamente fare memoria dell'evento della salvezza che in Gesù Cristo ha fatto irruzione definitiva nella storia, e che è presente nella vita del credente e della Chiesa; ma anche un carattere profetico, di anticipazione del significato escatologico della esistenza e della storia a partire dall'interrogativo del dolore, della morte, del non senso, delle contraddizioni che piagano la vita degli uomini.
la teologia è allo stesso tempo memoria della Parola già venuta tra noi, compagnia del presente con i fratelli, profezia della speranza futura (Bruno Forte) .

prima lettera di Giovanni al cap. 4,7b-8: "Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perchè Dio è Amore".
Qui vengono collegati profondamente tre realtà: l'amore (agape), la conoscenza (gignoskein), l'essere generati come figli da Dio. C'è come una serie di equazioni.
• Solo chi è generato da Dio, cioè è suo figlio, della sua stessa natura, può conoscere Dio. Viene in mente, in proposito, il famoso lóghion di Gesù che ci è riportato dal Vangelo di Matteo: "Ti ringrazio, Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli; sì, o Padre, perchè così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11,25-27).
• Ora, solo chi ama (chi è amante, o agapón, nella terminologia della 1Gv) attesta a fatti d'essere figlio di Dio, da Lui generato, e dunque della stessa natura (cf. 2 Pt 1,4) perchè Dio è Amore; e dunque solo chi ama conosce quel Dio che è Amore. Si sottolinea così che non solo la fede ma la fides caritate formata (per dirla con gli scolastici) la fides quae per caritatem operatur (Gal 5,6; cf. Ef 4,15), è la condizione di possibilità della conoscenza di Dio e perciò della teologia. Dunque, non basta la fede per conoscere Dio, occorre una fede che si esprime nella vita, e cioè nella carità .
• Ma si sottolinea anche che l'agápe stessa è conoscenza di Dio: non conoscenza, forse, riflessa, esplicita, ma conoscenza reale, "operativa", in quel senso integrale e biblico per cui conoscere è essere in comunione con chi si conosce. Essendo Dio Amore, e dunque continuo e infinito Atto di donazione, si può essere in sintonia con lui, conoscerlo, solo amando, solo attuando la vita di fede che egli ci comunica nell'amore.E' lo stesso concetto ribadito al versetto 12 di questo stesso capitolo: "Dio nessuno l'ha mai visto: se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi, e il suo amore in noi giunge al suo compimento".
Essendo Dio Amore, e Amore trinitario, Amore reciproco, il luogo della sua conoscenza - come presenza di Lui in noi e tra noi - è l'amore reciproco (che è il "comandamento nuovo" che sintetizza la Legge di Cristo). Tanto che Sant'Agostino può giungere a dire "vides Trinitatem, si caritatem vides" .

Inoltre, la teologia parte dalla carità nel senso che nasce dalla storia di solidarietà della Chiesa con gli uomini, soprattutto con i poveri (nel senso vasto, materiale e spirituale, del termine) e con gli ultimi. Come Cristo, che ha iniziato il suo ministero messianico proclamando la buona novella ai poveri (cf. Lc 4,16-19; Mt 5,3; Lc 6,20), e l'ha attuato sedendo a mensa con loro.
In sintesi, la teologia è docta fides, docta spes e docta caritas: fede, speranza e carità portate al livello della consapevolezza intellettuale (intellectus), e come tali vissute per penetrare sempre più pienamente nel dono ricevuto, per entrare in comunione sempre più intima con Dio e con i fratelli, e dare così ragione agli uomini della speranza che vive in noi.

Un'ulteriore caratteristica costitutiva della teologia concerne il fatto che essa è conoscenza dell'homo viator, o, in una prospettiva più comunitaria, è teologia che si fa' nella Chiesa pellegrinante, in quella Chiesa che - per usare l'espressione del Concilio Vaticano II - ha "un'indole escatologica", tende cioè al suo gratuito compimento escatologico, che gli viene da Dio.

San Paolo: "Camminiamo nella fede e non ancora nella visione" (2 Cor 5,7); "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora conoscerò perfettamente come anch'io sono conosciuto" (1 Cor 13,12; cf. 1 Gv 3,2). In questo modo - come ha scritto la Commissione Teologica Internazionale - "la nostra conoscenza della verità è posta nella tensione tra il 'già' e il 'non ancora'" .

la teologia hominis viatoris è "scientia subordinata scientiae Dei et beatorum".

La parola ultima della teologia, dopo aver percorso l'approfondimento del mistero rivelato che gli è offerto dalla fede, è l'adorazione del mistero più profondamente conosciuto, la rinnovata attestazione di fede in esso. L'ultima parola della teologia hominis viatoris è la parola: "credo, Signore, aumenta la mia fede!" (cf. Mc. 3,24; Lc. 17,5); in attesa di pronunciare la parola con cui l'uomo intero dirà se stesso in Cristo, per mezzo dello Spirito, senza più la mediazione della fede: "Abbà, Padre!" (Rom 8,15; Gal 4,6).
caratteristica eucaristica della teologia: in quanto essa è espressione del ringraziamento che l'uomo fa' a Dio per il suo autocomunicarsi, per appropriarsene più intimamente, e in quanto questa parola di ringraziamento diventa sostanziale e viene assunta da Cristo nel suo movimento di donazione al Padre attualizzato sacramentalmente nell'Eucaristia. (S Tommaso: “…palea est!”.


2.4. Aspetti ecumenici dello studio della Teologia

Paolo VI nell'enciclica inaugurale del suo pontificato, 'Ecclesiam suam, affermava che "la Chiesa deve venire al dialogo con il mondo in cui si trova a vivere; dal che deriva che essa deve come indossare la veste della parola, dell'annuncio e del colloquio" (E V 2/192). Il dialogo è via essenziale all'evangelizzazione: non è venir meno alla propria identità e alla propria missione, ma scaturisce dall'intimo del messaggio e della missione di Cristo .
Il Concilio Vaticano II, per quanto concerne l'autocoscienza della Chiesa, ha operato dal punto di vista teologico una vera e propria "rivoluzione copernicana" . Si oltrepassò, cioè, la visione di chiesa nel suo aspetto prima predominante (gerarchologico, visibile, piramidale) tipico di "un'istituzione storica autosufficiente ('societas perfecta) con proprie leggi, propri riti e propri capi" (ibid.). Dal Concilio in poi l'accento è posto maggiormente sulla dimensione comunitaria e relazionale del popolo di Dio, l'ecclesiologia di comunione, frutto di un cammino di rinnovamento teologico che durava da alcuni decenni. Ad essa si arriva -tra l'altro- con il superamento in teologia del 'cristonomismo' e dell''ecclesiocentrismo', tendenze tipiche della teologia cattolica dal Concilio Tridentino in avanti.

1. lo statuto ecumenico della T cattolica

La T, in questo contesto, a trent'anni dall'evento conciliare, non può non rimarcare e approfondire il proprio statuto ecumenico: il dialogo è elemento costitutivo essenziale di essa. D'altra parte il Dialogo Ecumenico esige che nella formazione degli studi teologici venga sottolineato l'elemento della reciprocità del dato di fede.

2. per una T ecumenicamente intesa

Perchè si arrivi alla piena comunione, le Chiese devono percorrere la pista della 'riforma' e del rinnovamento. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, il Decreto U.R. al n. 6 afferma: "Siccome ogni rinnovamento della Chiesa consiste in una accresciuta fedeltà alla sua vocazione, esso è senza dubbio la base a partire dalla quale tale movimento conduce verso l'unità. La Chiesa pellegrinante è chiamata da Cristo questa perenne riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno" .
È la rivoluzione! "In altri tempi dicevamo: 'i cristiani siamo anzitutto divisi, anche se un certo fondo cristiano ci unisce'. Oggi invece si dice: 'siamo anzitutto uniti, come cristiani, anche se certi punti importanti della fede e della vita ecclesiale ci separano ancora" .
Perciò, occorre un radicale cambiamento di prospettiva, una decisa conversione all'E. La prima conversione da effettuare è a livello di idee, di modi di vedere/giudicare, in questo senso è anche intellettuale .

3. LE DIMENSIONI COSTITUTIVE DELLA TEOLOGIA CRISTIANA

La dimensione cristologica e pneumatologica della teologia

Nel secolo XX, attorno agli anni '30, si è riacceso il dibattito intorno al teocentrismo o al cristocentrismo della teologia cristiana. La teologia cosiddetta kerigmatica (della facoltà teologia di Innsbruk, in Austria) proponeva, ad esempio, accanto alla teologia teocentrica propria della scuola, una teologia cristocentrica più adatta alla predicazione.

Dottrina della creazione: non si può basare soltanto sui primi capitoli del libro della Genesi, ma anche sulla cristologia di Paolo (inni cristologici delle lettere ai Colossesi e agli Efesini) e di Giovanni (Prologo), dove si afferma che tutte le cose sono state create in Cristo, per Cristo e in vista di Cristo;
- l’antropologia teologica ha il suo contenuto centrale in Cristo, Nuovo Adamo, come afferma ad esempio la Gaudium et Spes al n. 22: "In realtà, solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rom 5,14), e cioè di Cristo Signore. Cristo che è il Nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione".

- l'escatologia ha il suo centro nella morte e resurrezione di Cristo;
- la teologia morale deve considerare l'ethos del cristiano alla luce del suo essere "uomo nuovo" in Cristo;
- la dottrina trinitaria, dove oggi non si mantiene più la distinzione classica tra De Deo Uno e De Deo Trino, ma la si sviluppa in chiave cristologica.

L'aspetto cristologico e cristocentrico della teologia è radicalmente connesso con quello pneumatologico e pneumatocentrico, come sottolinea lo stesso Söhngen, "poiché il Signore (Gesù Cristo) è lo Spirito e in questo Spirito abita in noi, il cristocentrismo deve essere inteso in senso pneumatologico" .
La liturgia (la "lex orandi" è "lex credendi") - è segnata da questo movimento: per Cristo, nello Spirito al Padre.


3.1.1. Lo Spirito Santo come memoria attualizzante e profetica dell'evento cristologico.

Il "deposito" non è presente soltanto come una serie di testi, come "lettera", come paradosis (= tradizione) verbale o scritta; esso è trasmesso anche attraverso una paradosis esistenziale, la trasmissione permanente di Cristo risuscitato nella e attraverso la Chiesa. E tutto ciò è reso possibile dallo e nello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è, infatti, nella vita della Chiesa, il legame tra noi e Cristo risorto. Colui che rende vivo e presente, contemporaneo a noi, l'avvenimento di Gesù di Nazareth crocifisso e risorto. Tutto ciò è già riconosciuto dal Nuovo Testamento: basti pensare nel Vangelo di Giovanni, ai famosi "detti del Paraclito", dove Gesù promette che "il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (14,26).
Non solo. Ma accanto a questa funzione di "memoria attualizzante", cioè di rendere presente e contemporaneo a noi l'evento Gesù, lo Spirito Santo ha anche una funzione profetica, di guida all'approfondimento del contenuto inesauribile e sempre nuovo - a seconda delle varie epoche storiche - del mistero di Cristo. E' sempre il quarto evangelo a sottolinearlo: "molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutt'intera, perchè non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perchè prenderà del mio e ve lo annunzierà" (16,12-14). Da tutto ciò derivano due conseguenze:
- Da un lato, dire che la teologia ha una dimensione pneumatologica, non significa dire innanzi tutto che lo Spirito Santo è un oggetto tra gli altri del discorso teologico. Certamente, la pneumatologia è un trattato che sta comparendo nella teologia accademica, soprattutto per l'influsso positivo della teologia ortodossa, che ha sempre mantenuto vivissima l'attenzione alla Terza Divina Persona, diversamente dall'Occidente, dove lo Spirito Santo ha rischiato, talvolta, di diventare il "Dio sconosciuto". Ma significa che lo Spirito Santo è il principio che rende presente l'oggetto della teologia come realtà sempre viva, sempre nuova, semper indaganda. Lo Spirito Santo è l'orizzonte soprannaturale della fede e della conoscenza teologica.

- D'altro lato, come la dimensione cristologica della rivelazione (e della teologia) non si può dare senza quella pneumatologica; così la dimensione pneumatologica non si dà scissa o indipendente da quella cristologica. Come scrive il quarto vangelo, lo Spirito "non parla da sé", ma "prende dal Cristo" (cf. Gv 16,12-15). Il punto di riferimento normativo rimane l'evento storico ed escatologico di Cristo Gesù che lo Spirito interiorizza, attualizza, penetra, interpreta e approfondisce. Senza lo Spirito la Scrittura resta lettera morta; senza Cristo lo Spirito degenera nel più pericoloso soggettivismo entusiastico. Questo equilibrio tra dimensione cristologica e dimensione pneumatologica vale non solo per la teologia ma per la concezione stessa e la vita della Chiesa.

3.1.2. lo Spirito Santo agente nell'uomo della conoscenza teologica

scrive Paolo, "chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato" (1 Cor 2,11-12). Dunque, il vero attore della conoscenza teologica in noi è lo Spirito Santo. Questa dimensione "spirituale" (contemplativa, orante) della teologia, non va opposta a quella razionale e intellettuale, ma ne costituisce come l'anima. Basti ricordare due preziose sottolineature che San Tommaso fa in proposito.
- Innanzitutto, egli dice che ci sono due modi di giudicare una realtà: "per modum cognitionis", cioè attraverso la dottrina appresa su questa realtà; "per modum inclinationis" o "per connaturalitatem", cioè attraverso la conformità e la sintonia a quella realtà in quanto posseduta e sperimentata. Ora, lo Spirito Santo, infondendo in noi la grazia divina, ci fa' "con-naturali", ossia della stessa natura di Dio (cf 2 Pt 1,4). In questo senso, chi vive nello Spirito Santo può giudicare "per connaturalitatem" delle cose di Dio .

3.2. La dimensione trinitaria della teologia

Il Padre è sorgente e fine di ogni affermazione teologica così come di ogni aspetto dell'esistenza umana e creaturale. Se è vero infatti che per lungo tempo, soprattutto nella tradizione occidentale, è stato lo Spirito Santo il Dio sconosciuto, oggi possiamo dire che molte volte è proprio la teologia del Padre la dimensione della esistenza e della riflessione cristiana che viene più trascurata! Infatti, mentre si sta affermando un trattato di pneumatologia accanto a quello di cristologia, ancora non si può dire che vi sia una riflessione sistematica e in certo modo conclusiva della teologia stessa, intorno al mistero del Padre. Il Padre, infatti, non solo è all'inizio del mistero della salvezza (cf. Ef 1,3; 2,4-7; Col 2,13ss; ecc.), ma è "Padre di tutti, è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti" (Ef 4,6), ed è il punto di arrivo del movimento della salvezza: "quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche Lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perchè Dio sia tutto in tutti" (1 Cor 15,28).

Dio si rivela e si comunica a noi come Uni-Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. E' questo lo specifico del Dio cristiano e quindi lo specifico di quel pensare cristiano che è la teologia.
Di fronte a questo fatto fondamentale la teologia cristiana si trova profondamente inadempiente. K. Rahner ha potuto fare, alcuni anni fa, questa affermazione per tanti versi sorprendente, ma non destituita di fondamento: "i cristiani, nonostante la loro esatta professione della Trinità sono quasi solo dei monoteisti nella pratica della loro vita religiosa. Si potrà quindi rischiare l'affermazione che se si dovesse sopprimere, come falsa, la dottrina della Trinità, pur dopo un tale intervento, gran parte della letteratura religiosa potrebbe rimanere quasi inalterata" . Affermazione che fà da contrappunto, a livello teologico, a quell'altra famosa affermazione di carattere filosofico fatta di E. Kant: "Dalla dottrina della Trinità, presa alla lettera, non è assolutamente possibile trarre nulla per la pratica, anche se si credesse di comprenderla, tanto meno poi se ci si accorge che essa supera ogni nostro concetto" .
Bruno Forte, a un ritorno della Trinità dal suo "lungo esilio". Ha scritto K. Hemmerle, che "tutto raggiunge il proprio compimento e realizza la sua propria essenza entrando nella propria relazionalità, nel proprio trascendimento di sé, nel suo possedersi dando se stesso e nell'essere rivolto l'uno all'altro e l'uno per l'altro" .
Per J. Ratzinger, nella concezione trinitaria di Dio, "si cela un'autentica rivoluzione del quadro del mondo: la supremazia assoluta del pensiero accentrato sulla sostanza viene scardinata, in quanto la relazione viene scoperta come modalità primitiva ed equipollente del reale. .
Così, l'orizzonte trinitario dischiude il primato e l'originalità della relazione e dell'intersoggettività come chiave di lettura della realtà.

Teologia della croce e teologia della gloria

1. teologia catafatica e teologia apofatica.

San Leone Magno scriveva ad esempio: "Il nostro intelletto, illuminato dallo Spirito di verità, deve accogliere con cuore libero e puro la gloria della croce"
Lutero. Nelle sue famose "conclusiones" (la 19 e la 20) della disputa di Heidelberg (1518) egli affermava in modo programmatico:
"19. Non ille digne Theologus dicitur, qui 'invisibilia Dei' 'per ea quae facta sunt, intellecta conspicit",
"20. Sed qui visibilia et posteriora Dei per passiones et crucem conspecta intelligit".

prima lettera ai Corinzi di San Paolo, dove l'apostolo programmaticamente afferma: "Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso" (2,2), indicando in Cristo crocifisso lo scandalo per i Giudei e la stoltezza per i pagani, "ma per coloro che sono chiamati (...), potenza di Dio e sapienza di Dio" (1,23-24). In questo testo Paolo non solo oppone la sapienza della croce alla sapienza puramente umana, che rende vana la croce di Cristo, ma anche sottolinea che l'accesso alla vera "gnosi" di Dio si ha soltanto nella croce di Cristo.
San Francesco e alla sua identificazione mistica col Cristo crocifisso, San Bonaventura affermava che "ad Deum nemo intrat recte nisi per Crucifixum" ;

concetto di docta ignorantia di Nicolò Cusano, e di tutta la tradizione mistica della teologia: dallo pseudo Dionigi l'Aeropagita sino alla mistica renana e a quella carmelitana.
In questa linea, il Concilio Lateranense IV (1215) con una bella formula ha ricordato che "tra il Creatore e la creatura, non può esser colta una somiglianza senza che si avverta nello stesso tempo tra loro una dissomiglianza ancora più grande" .

2. Centralità del mistero pasquale e sue conseguenze per la teologia

- Innanzi tutto significa sottolineare che il centro del mistero cristiano è l'evento pasquale del Cristo crocifisso e risorto. Non solo tutto il mistero cristiano è riassunto dal kerigma primitivo nell'affermazione: "Gesù di Nazareth, il Crocifisso, è Risorto", ma tutta l'esistenza cristiana è posta sotto il segno della partecipazione alla croce e alla resurrezione di Cristo: dal suo inizio battesimale (cf. Rom 6) alla sua pienezza eucaristica, sino alla sua consumazione nella morte come passaggio in Cristo al Padre.
In secondo luogo, significa affermare che la stessa conoscenza teologica ha uno statuto e un ritmo intrinsecamente pasquale. Potremmo dire che il conoscere dell'uomo deve subire una sorta di "crocifissione", che vuol dire purificazione, esodo, trascendimento, per poter essere afferrato e ricreato dallo Spirito di Cristo, che lo conduca a penetrare nelle profondità di Dio.

la teologia deve essere vissuta in un contesto di vita cristiana che prende sul serio, esistenzialmente, la sequela del Cristo crocifisso. E' una questione di coerenza tra l'essere e il pensare, tra l'essere e il dire. Per questo, la grande tradizione teologica ha sempre affermato che la teologia nasce sul terreno di oratio, meditatio (...actio...) e tentatio.E' così che la teologia sfugge al pericolo di perdere il senso del mistero di Dio, di inaridirsi in un concettualismo vuoto, e di indulgere a un falso e superficiale trionfalismo.

la dimensione antropologica della teologia

la rivelazione di Dio è la risposta alla domanda dell'uomo, a ciò che l'uomo cerca; se l'uomo non Lo cercasse e non Lo attendesse, Dio non avrebbe senso e valore per l'uomo, né potrebbe essere conosciuto e accolto dall'uomo.

1. Dio parla all'uomo

la tradizione patristica: "La gloria di Dio è l'uomo vivente". Così, uno dei compiti fondamentali della teologia - soprattutto oggi - sembra proprio quello di mostrare che tra teocentrismo e antropocentrismo, non c'è competizione ma rapporto e reciproco richiamo. E' proprio il cristianesimo che mostra questa reciprocità.

le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda.

Dio parla come uomo

Ciò sottolinea anche che la parola definitiva di Dio all'uomo è il Verbo di Dio fatto... uomo! In questo senso la dimensione antropologica della teologia ha un fondamento cristologico.

la dimensione mariale della teologia

Per Evdokimov Maria è come "il dogma vivente, la verità sulla creatura realizzata" , ma anche perchè rappresenta il paradigma della fede, rivelandone la profonda struttura "sponsale" .

4. METODI e MODELLI epocali di T nella storia

4.1. il modello gnostico-sapienziale dei padri

Vagaggini - "in un sapere-atteggiamento, o sapere-sentire religioso superiore o totalizzante che dà all'uomo di rettamente percepire, giudicare e orientarsi in ogni cosa e con ciò stesso gli dà la perfezione e la beatitudine, in quanto è possibile quaggiù"
due termini usati: gnosi e sapienza - la teologia come una conoscenza integrale e saporosa direttamente scaturente dalla esperienza della fede storia della salvezza - "mirabilia Dei" + mysterion.
il modello teologico dei Padri è caratterizzato dal legame organico e profondo con il pensiero greco-ellenistico.
questo modello la teologia non si presenta come una conoscenza puramente concettuale, ma si inserisce nel contesto più ampio e globale della esperienza cristiana,
Padri della Chiesa sono Vescovi, ed esercitano il loro magistero teologico in profondo rapporto con la loro funzione ecclesiale e il loro servizio pastorale.
Tre esempi: Ireneo, Origene, Agostino
N.B. si suggerisce la lettura sintetica di B. FORTE, 96-99.

4.2. la teologia come intellectus fidei: 'fides qua' e 'fides quae'.

per Agostino, un trovare, ma un trovare che invita a una sempre nuova e sempre più profonda conoscenza: "Quaeramus inveniendum, quaeramus inventum. Ut inveniendus quaeratur, occultus est; ut inventus quaeratur, immensus est"
La fede, in altre parole, fa trovare ciò che l'uomo cerca, perchè fa incontrare il dono della rivelazione che Dio fa di Sé; la teologia, cioè l'intelligenza vissuta a partire della fede, fa penetrare nell'immensità e nell'inesauribilità dell'oggetto di conoscenza donato dalla rivelazione alla ragione.
"fides quaerens intellectum".

1. La 'Fides qua' e la 'Fides quae'

Nel n. 5 della Dei Verbum si afferma: "A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede (Rom, 16,26; cfr Rom.1,5; 2Cor 10,5-6) con la quale l'uomo si consegna a Dio tutt'intero liberamente (se totum libere Deo committit), prestandogli 'il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà' (Concilio Vaticano I, De fide catholica, cap. 3, DS 1789 [3008]) e acconsentendo volontariamente alla rivelazione di Lui.

2. fides qua

lettera ai Romani, e precisamente nel cap. 10.
v. 9: "(...) se confesserai con la tua bocca (homologhía) che Gesù è il Signore (Kyrion Jesoûn), e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo (...).
- la teologia nasce dunque sul terreno della homologhía, cioè della professione di fede

3. Fides quae

- la teologia non può essere una scienza neutrale, cioè una scienza che non implica il profondo coinvolgimento di colui che la esercita come adesione vitale a Dio che si autocomunica.
- In secondo luogo, proprio perchè fà riferimento all'autocomunicazione di Dio, la teologia non è una semplice riflessione antropologica. Nella costituzione Dei Filius al cap. 4, il Vaticano I afferma:
"Ma pure la ragione, illuminata dalla fede, quando ricerca attentamente, pianamente e sobriamente, consegue, con l'aiuto di Dio, una qualche conoscenza dei misteri, ed anche fruttuosissima, sia dall'analogia di quelle cose che conosce naturalmente, sia dalla connessione degli stessi misteri tra di loro e con il fine ultimo dell'uomo"
In sintesi:
la teologia ha lo stesso oggetto della fede, che è Dio rivelato a noi in Cristo per mezzo dello Spirito; la conoscenza di questo oggetto, che è prima di tutto un Soggetto, si caratterizza come un dialogo interpersonale storico di progressivo approfondimento che, attraverso momenti e tappe parziali, tende a un centro e a una definitività escatologica che è l'intimità piena con Dio.
Qual è il segno della presenza di Dio nel mondo? (una volta si insisteva sul miracolo). La risposta di Rahner oltre che di Latourelle è: la santità della Chiesa,

4.3. il modello scolastico medioevale: rapporto ragione/fede - la teologia come scienza in san Tommaso.

prevalenza data al metodo razionale della dialettica (sic et non); il costituirsi di varie scuole teologiche, con l'affermarsi dell'autorità dei maestri contemporanei insieme ai Padri della Chiesa; lo sviluppo della tecnica della quaestio, accanto alla lectio della Scrittura; l'interesse sistematico, che si esprime nell'elaborazione delle Summae. E' caratteristica del pensiero medioevale l'affermazione che l'uomo "è fatto per la beatitudine"...
C'è come un interiore appello in ogni uomo alla felicità.

b) La teologia dell'Itinerarium mentis in Deum di S. Bonaventura
L'anima è invitata anzitutto alla purificazione; perciò non basta la lettura senza l'unzione..." ; 3 momenti (sdoppiati): a) extra nos; b) intra nos; c) supra nos.
Importanza del ruolo dei sensi (memoria, intelligenza volontà, come per S. Agostino).
T esperienza di luce-tenebrosa, tenebra accecante (!)
Rapporto fede ragione: "fidem, si poteris, rationemque coniunge"


5. ALCUNI PROBLEMI e PROSPETTIVE della T

• necessità dell'inculturazione del messaggio evangelico
• contestualizzazione della T, del suo entrare cioè in contesto, in rapporto con un determinato ambiente culturale.

5.1. Inculturazione e T: verso una Teologia dei terzi mondi.

Il tema dell'inculturazione, che in Africa deve tener conto delle condizioni di estrema povertà sociale interpella la T, al punto da far parlare di una T sotto l'albero (della Croce) Monsengwo Pasinya.

Le vicende della TdL sono a tutti ben noti, grazie al largo impiego che se ne è fatto negli anni scorsi nei mass-media. contesto della problematica sociale tipicamente latino-americana (caratterizzata da un sempre crescente divario tra ricchi e poveri),

Al centro della nuova evangelizzazione non vi può non essere la persona di Gesù Cristo,

5.2. Rapporto Scrittura - Tradizione - Magistero.

Dei Verbum "l'ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo" (n. 10).
O:T: …”con particolare diligenza si curi la formazione degli alunni con lo studio della sacra Scrittura, che deve essere l'anima di tutta la teologia, premessa una appropriata introduzione, essi vengano iniziati accuratamente al metodo dell'esegesi, apprendano i massimi temi della divina rivelazione, e per la quotidiana lettura e meditazione dei libri santi ricevano incitamento e nutrimento" (16 a).
trasformando la teologia in preghiera, al termine del suo De Trinitate:
"Cum ergo pervenerimus ad te, cessabunt multa ista quae dicimus, et non pervenimus; et manebis unus omnia in omnibus; et sine fine dicemus unum laudantes te in unum, et in te facti etiam nos unum" .

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